As long as my heart is pumping blood. [my close encounter with Augustines]

Augustines @EstatOff Modena, 21/07/2015 - Facebook Album

Augustines @EstatOff Modena, 21/07/2015 – Facebook Album

[IMPORTANT: I never wrote an entire post in English. I’m sure it’s awful, but I wanted to try. I never wrote something like that about a music band either, because I’m not that expansive as a fan, usually. But things change, aren’t they?
So please be patient, and do help me with some editing, if you feel like it]

***

Wednesday morning, heading back to Milan, staring outside from my window seat, headphones in (no need to ask what I’m listening, right?), some random thoughts.

That was the tiniest concert venue I’ve been in. And I’m selfish, I know, but I was SO glad that only few people were there, and that the front row was waiting for me, even if I arrived late (damn late trains).
[Speaking of transports: I called a cab to reach the Off. The driver asked me if I was going to the gig, and then: “I picked those guys yesterday at their arrival. Very nice and funny.” I always loved the little insignificant coincidences of life.]

I sipped my beer watching the tiny stage, in anticipation. They’re going to be right in front of me, close enough to reach them with my voice. In fact I did it, I offered to Eric my italian translation of It’s fucking hot ;)
It was fucking hot indeed.

Billy McCarthy is pure energy that streams directly from his heart through his arms, to the guitar. His legs can’t stand still. And this voice, so loud and raw… you can’t believe that a man can scream so hard and still sing with such intensity and precision. And oh, he has the whitest teeths! Or maybe were the lights, I don’t know, but I could not help focusing on that at some moments.

Eric Sanderson, his smile is a whole-face-smile, so sweet…and contagious. And I’ve had plenty last night. Watching him play and sing and jump (and, oh god, he jumps!) with such passion, no matter what he’s playing – bass, keyboards,  guitar – is contagious too. And… yes, he is as handsome as I imagined. Last time in London I was too far to check. Now I can say it :)

Rob Allen is as loud and energetic with his drums as he seems quiet and shy. He is the kind of person that, once they started playing acoustic in the middle of the lawn, with all the people sitting around, cared to not turn his back to us, or cover our view. It makes you want to hug him.

They gave us good fucking rock, they gave us funny and intense stories, they gave us the intimacy of a concert among friends on a summer night.

This is the kind of gig – and I’m not simply speaking about the venue – in which you can really sing along, distinctly hear your voice blend with the others. In which you can hear the noise of the pick strumming on the chords and the pounding of the feet on the stage, and feel a real sort of connection, lift your eyes and find that the drummer is smiling at you while singing. A gig in which the band members let themselves literally be embraced by the crowd.

And this is the sort of night in which at the end the band members (oh, Eric, but where were you?) join the few people still hanging around for a beer, a chat and some pictures (I had mine, of course, but it’s for me and me alone).

I regret not having told Billy that their songs speak to me in a way I rarely experienced before, that I cry everytime I listen to Walkabout, and hearing it that night, so intense and so close to me, was almost overwhelming. But full of joy. And that I’m eager to see Rise, and maybe find myself into the crowd of the Roundhouse, in what was maybe the first place in my best-concerts-ever…until yesterday night.

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3 sorprese e una presa di coscienza

2015-06-005

[Guitar Workshop at Italian Bluegrass Meeting – Sarzana, 29/05/2015]

UNO. La soddisfazione più grande del mio weekend passato probabilmente è stata sentirmi dire da due signore americane che il mio inglese è “beautiful”. Hanno detto proprio così, e anche che amavano il mio accento.

Per una che l’inglese non lo parla mai, se non da sola quando legge ad alta voce o canta, capirete che è decisamente notevole. Devo essermi gonfiata d’orgoglio così tanto che non capisco come tutti gli altri non siano stati strizzati via dal locale in cui eravamo seduti.

DUE. Che le persone che mi capita di conoscere, e con cui trascorro del tempo, anche dopo settimane siano convinte che io non raggiunga i 30 anni, è forse ancora più incredibile. Sto cominciando a chiedermi se questo non dimostrare l’età non rischi di ritorcermisi contro, prima o poi. Le persone magari pensano “ah guarda questa, neanche 30 anni e quante cose che ha fatto”, o cose del genere. E poi scoprono che ne ho quasi 40 e… crolla l’entusiasmo :)

Scherzo. Sentirmi definire una con una gran testa, poi, è stata un’altra di quelle cose sorprendenti del weekend, soprattutto perché veniva da una donna che conosco ancora poco, ma della quale penso esattamente lo stesso.

TRE. Gli introversi fanno fatica a relazionarsi con le altre persone, soprattutto in contesti nuovi e se non hanno i tempi e gli spazi giusti. Verissimo. Per questo metterne insieme due, sconosciuti in un luogo sconosciuto, a condividere un’esperienza nuova e una casa mai vista prima, può essere una catastrofe, tipo che si gettano dalla finestra in stile lemming dopo 10 minuti. Oppure succede che trovano reciprocamente il ritmo e il modo giusto per ritrovarsi, dieci minuti dopo, a fare la spesa e poi a cucinare raccontandosi le storie delle proprie vite. E che vada talmente bene che poi tutti gli altri, al vederli, credano che si tratti di amici di lunga data.

Le persone sono meravigliose. E voi, stasera, abbracciate il vostro introverso.

E adesso veniamo alle cose serie. Al Bluegrass Meeting, alla mia seconda timida jam session, agli accordi che finalmente comincio a prendere, ai workshop che ho ascoltato senza tirare fuori lo strumento (ma raccogliendo storie, suggerimenti e perle di saggezza come quella lassù), alla lezione nella casetta a due passi dalla Fortezza (che tutti ci invidiavano!), in cui ho suonato a una velocità che non immaginavo di poter avere, alle chiacchierate a tavola con belle persone che della musica hanno fatto – e fanno – la loro vita.

La presa di coscienza è molto semplice, banale e implacabile: devo suonare. Suonare con gli altri, fuori dalla mia stanzetta, fuori dalla mia bolla. Aiuto.

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I did (most of) the #aprillove2015 project, and I liked it

April Love 2015

Ora che faccio i conti vedo che ho saltato circa 9 giorni: non avevo tempo, non avevo connessione, molto più spesso non avevo ispirazione. Ma va bene lo stesso, mi piacciono e mi somigliano e vederle raccolte insieme è divertente.

Ci sono parecchie parti di me, nel senso letterale di mani e piedi eccetera. Ci sono libri e citazioni, il nuovo origami che ho imparato, c’è parecchia neve – che cosa meravigliosa, per una rassegna di foto di aprile – una moderata quantità di cibo, raramente cucinato dalla sottoscritta, un bel po’ di tazze e tazzine. Il banjo son riuscita a infilarcelo dentro almeno un paio di volte, con grande maestria.

#Aprillove2015 è questa cosa qui 

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Cose che sono successe nel fine settimana più disconnesso della mia vita

kermit_banjo

[Disconnesso nel senso di offline, condizione gentilmente offerta da quel buco* di Anguillara Sabazia]

  • Friendfeed è morto, dopo una lunghissima agonia che ci ha portati a lanciarci in messaggi d’addio più o meno allo scadere di ogni ora, in un parossismo di volemosebbene e moriremotutti che ha elegantemente passeggiato sul filo tra il surreale e il lacrimoso, restando miracolosamente in equilibrio. Sono stati momenti che non avevo mai vissuto prima e che resteranno qui nella memoria, esattamente come i lunghi anni sul socialino (niente back-up, per me). Quello che non resterà nella memoria è, appunto, il momento in cui si è spento del tutto: perché ero offline. [oltretutto dormivo e l’ho scoperto il giorno dopo. forse è stato meglio così].
  • ho mancato l’Apocaliffe, la festa di fine di mondo per elaborare la dipartita di cui sopra. Non potevo nemmeno avvertire, dopo aver fatto il diavolo a quattro per sapere dove e come eccetera. Perché? Ero offline (e della maggior parte degli utenti ff non ho mai avuto il numero di telefono).
  • ho partecipato alla prima jam session della mia vita ed è stata una delle cose più divertenti, imbarazzanti, gratificanti, difficili e buffe che abbia mai fatto. A soli sei mesi dall’inizio della mia avventura con banjo e col bluegrass, mi sento allo stesso tempo come se il marchio da principiante fosse impresso a fuoco in fronte, e come se avessi trovato una casa.
  • ho scoperto di avere una sosia, ma di quelle vere. Sono stata scambiata per lei e, dopo i necessari chiarimenti, ho anche visto una sua foto: è stato come guardarmi riflessa in uno specchio distorto, accanto a persone che non conoscevo. La definizione di Unheimlich non mi era mai sembrata così appropriata, da quando l’ho imparata.
  • ho passato il viaggio di ritorno in treno di fronte a un uomo identico (parlando di sosia) a Igor, che ogni tanto parlava al suo vicino di posto strizzando gli occhi e facendo smorfie che… giuro, non sapevo se ridere o spaventarmi.
  • ho scoperto che in Italia si gioca a lacrosse – uno sport che pensavo esistesse solo nei romanzi americani – e che il Torino ha una squadra che ha battuto quella romana giusto ieri. E che io sono ancora la stupida quindicenne che quando un giocatore carino cerca di rimorchiarla ci chiacchiera timidamente e poi al momento dei saluti riesce solo a dire (a sproposito) “a presto” e poi gira i tacchi.

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*detto con affetto (e rassegnazione)

hey now, hey now

Immagine: Litchis, Romain Decker on Flickr [CC BY-NC-ND 2.0)9]

ho sognato

una casa dall’altra parte del mondo. buffa e su un sacco di livelli diversi.

dei lavandini multipli, somiglianti a enormi cartoni delle uova, con acquarelli e tempere tutto intorno. nel bel mezzo di una stanza.

una vecchia amica trovata lì per caso e un enorme album di foto, che chissà perché ho portato in viaggio. forse per lei.

un pandoro alla marmellata di litchis, servito a colazione insieme a fragole giganti.

un giro in barca su un canale, anche se la città dove mi trovo un canale non ce l’ha, poi un’auto che guido fingendo di sapere dove sto andando, un teatro in cui mi fermo a chiedere biglietti, ma è tutto esaurito. peccato.

un sorriso che non vedo da tanto tempo. e che un po’ mi manca.

ho anche sognato che era un sogno. mi rovino sempre tutto il divertimento da sola

[Colonna sonora consigliata: qui. Immagine: Litchis, Romain Decker on Flickr – CC BY-NC-ND 2.0]

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Le cose che Friendfeed non mi ha dato

  • DM sconci, con foto o senza
  • amanti o flirt più o meno seri
  • stalker e/o molestatori
  • il gergo “locale”, i tormentoni
  • flame epocali
  • nemici (non che io sappia, almeno)
  • screenshot e chiacchiere in stanzette (come sopra)
  • fidanzati (quello che avevo lì sopra ce lo aveva da prima, anzi mi ci aveva portata lui)

Una noia mortale, probabilmente, per la maggior parte degli utenti di ff. Ma la verità è che io lì sopra non mi sono mai annoiata.

Delle cose belle che ff mi ha dato (ok, lì si parla di internet, ma al 90% sto parlando di ff) ho scritto tanto tempo fa, e sono solo una minima parte. Poi ho letto il post di Cratete e siccome le tra tante voci mi sembra uno dei saluti più limpidi ed eleganti, lo prendo e lo faccio un po’ mio. Tanti dei nomi che cita (compreso il suo) sono validi anche per me. Ce ne sono tanti altri, così tanti che non riuscirei a fare la lista quindi niente, voi lo sapete.

Me and Friendfeed. The beginning

Non sono cambiata poi così tanto in sette anni, vero?

Quello che farò da oggi al 9 aprile sarà ripercorrere la mia storia su questo buffo social network così simile alla vita vera, con i suoi pazzi e i suoi eroi, le meschinità e l’affetto, le risate e gli insulti. Quello che farò sarà sorridere tra me e me, scoprendo quanto di quella vita virtuale è ancora la mia vita reale, quanti amici, quanti legami importanti che sono nati lì dentro sono ancora ben saldi nella mia vita qui fuori (come se ci fosse una differenza, poi).

Io Friendfeed lo lascio andare col sorriso, ecco.

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Raw material

Ci ho provato a scrivere un post come si deve, con i racconti, le emozioni, le foto e tutto. Ma non riesco a trovare l’ispirazione; e intanto il tempo passa e poi mi diventa tutto un po’ invecchiato. Un po’ “pòsso”, come dicono i miei amici lombardi con una parola di rara adeguatezza.

Quindi niente, ho deciso di buttare tutto alla rinfusa qui dentro. Raw material
SistersViaggiare con la mia coppia di sorelle preferita è un privilegio e un piacere. Ci divertiamo, ci capiamo, ci veniamo incontro con la delicatezza discreta di chi cerca di prendere il proprio spazio senza toglierne all’altra.
E soprattutto, quando sono con loro “c’è sempre musica nell’aria”.

Augustines

Avere scoperto la gioia dei concerti in età piuttosto avanzata è una cosa strana e potente, in cui la saudade per qualcosa che non hai mai avuto si fonde nell’esaltazione, in emozioni che per tanti altri sono in qualche modo già assimilate. Non scontate, o neutre, ma digerite in un’età della vita diversa.
La gioia del mio primo concerto degli Augustines, l’energia e la potenza quasi catartica di quelle due ore e più di musica, sorrisi, commozione, quindi, non la so descrivere. Però ho fatto una playlist.

Ah, la Roundhouse è un posto f.a.v.o.l.o.s.o.

Fanatics

Non capisco perché il colore che si associa a Londra sia il grigio (fumo di londra si dice, o no?). Il colore di Londra, per quanto mi riguarda, è il ROSSO. Dei bus, delle cabine del telefono, degli idranti, delle strisce della Union Jack, delle divise delle Guardie reali. Londra è rossa, punto. A Natale se vogliamo anche troppo :)

I vagoni della metropolitana di Londra sono parecchio claustrofobici, nei corridoi non si capisce mai se si deve dar la destra o la sinistra, perché in ogni caso c’è qualcuno che ti viene addosso. Il malcostume di piantarsi davanti alle porte e di non lasciar scendere prima di salire è parecchio diffuso anche qui. La comunicazione di Transport for London però mi piace, diretta e molto pratica: invece di puntare a inutili minacce tipo “è pericoloso appoggiarsi alle porte” preferiscono ricordarti pragmaticamente che “gli oggetti incastrati nelle porte causano ritardi”.

Ogni volta che abbiamo sentito qualcuno – qualcuno che vive a Londra – lamentarsi della difficoltà a fare amicizia con gli inglesi, della loro ritrosia a fare domande per via di un’eccessiva riservatezza, del fatto che puoi passare mesi senza sapere niente del tuo vicino di ufficio…ascoltavo gli altri dire “ma pensa, che triste, che brutto” ma pensavo “ah, che meraviglia!” Forse devo andare a vivere in Gran Bretagna.

Terror & Wonder

Ho posato gli occhi su una lettera scritta a mano di Edgar Allan Poe e la sua grafia delicata, quasi fragile, mi ha fatto commuovere. Ero lì che un po’ saltellavo, un po’ mi emozionavo, un po’ mi sdilinquivo in questa mostra spettacolare allestita alla British Library, circondata da scrittori e opere che rappresentano la mia formazione, le radici di buona parte di ciò che amo adesso, di ciò che sono adesso. Ho provato un senso di riconnessione, bellissimo. Chi lo avrebbe detto, che avrei trovato ad aspettarmi un pezzetto di me, a Londra?

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