I did (most of) the #aprillove2015 project, and I liked it

April Love 2015

Ora che faccio i conti vedo che ho saltato circa 9 giorni: non avevo tempo, non avevo connessione, molto più spesso non avevo ispirazione. Ma va bene lo stesso, mi piacciono e mi somigliano e vederle raccolte insieme è divertente.

Ci sono parecchie parti di me, nel senso letterale di mani e piedi eccetera. Ci sono libri e citazioni, il nuovo origami che ho imparato, c’è parecchia neve – che cosa meravigliosa, per una rassegna di foto di aprile – una moderata quantità di cibo, raramente cucinato dalla sottoscritta, un bel po’ di tazze e tazzine. Il banjo son riuscita a infilarcelo dentro almeno un paio di volte, con grande maestria.

#Aprillove2015 è questa cosa qui 

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Cose che sono successe nel fine settimana più disconnesso della mia vita

kermit_banjo

[Disconnesso nel senso di offline, condizione gentilmente offerta da quel buco* di Anguillara Sabazia]

  • Friendfeed è morto, dopo una lunghissima agonia che ci ha portati a lanciarci in messaggi d’addio più o meno allo scadere di ogni ora, in un parossismo di volemosebbene e moriremotutti che ha elegantemente passeggiato sul filo tra il surreale e il lacrimoso, restando miracolosamente in equilibrio. Sono stati momenti che non avevo mai vissuto prima e che resteranno qui nella memoria, esattamente come i lunghi anni sul socialino (niente back-up, per me). Quello che non resterà nella memoria è, appunto, il momento in cui si è spento del tutto: perché ero offline. [oltretutto dormivo e l’ho scoperto il giorno dopo. forse è stato meglio così].
  • ho mancato l’Apocaliffe, la festa di fine di mondo per elaborare la dipartita di cui sopra. Non potevo nemmeno avvertire, dopo aver fatto il diavolo a quattro per sapere dove e come eccetera. Perché? Ero offline (e della maggior parte degli utenti ff non ho mai avuto il numero di telefono).
  • ho partecipato alla prima jam session della mia vita ed è stata una delle cose più divertenti, imbarazzanti, gratificanti, difficili e buffe che abbia mai fatto. A soli sei mesi dall’inizio della mia avventura con banjo e col bluegrass, mi sento allo stesso tempo come se il marchio da principiante fosse impresso a fuoco in fronte, e come se avessi trovato una casa.
  • ho scoperto di avere una sosia, ma di quelle vere. Sono stata scambiata per lei e, dopo i necessari chiarimenti, ho anche visto una sua foto: è stato come guardarmi riflessa in uno specchio distorto, accanto a persone che non conoscevo. La definizione di Unheimlich non mi era mai sembrata così appropriata, da quando l’ho imparata.
  • ho passato il viaggio di ritorno in treno di fronte a un uomo identico (parlando di sosia) a Igor, che ogni tanto parlava al suo vicino di posto strizzando gli occhi e facendo smorfie che… giuro, non sapevo se ridere o spaventarmi.
  • ho scoperto che in Italia si gioca a lacrosse – uno sport che pensavo esistesse solo nei romanzi americani – e che il Torino ha una squadra che ha battuto quella romana giusto ieri. E che io sono ancora la stupida quindicenne che quando un giocatore carino cerca di rimorchiarla ci chiacchiera timidamente e poi al momento dei saluti riesce solo a dire (a sproposito) “a presto” e poi gira i tacchi.

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*detto con affetto (e rassegnazione)

hey now, hey now

Immagine: Litchis, Romain Decker on Flickr [CC BY-NC-ND 2.0)9]

ho sognato

una casa dall’altra parte del mondo. buffa e su un sacco di livelli diversi.

dei lavandini multipli, somiglianti a enormi cartoni delle uova, con acquarelli e tempere tutto intorno. nel bel mezzo di una stanza.

una vecchia amica trovata lì per caso e un enorme album di foto, che chissà perché ho portato in viaggio. forse per lei.

un pandoro alla marmellata di litchis, servito a colazione insieme a fragole giganti.

un giro in barca su un canale, anche se la città dove mi trovo un canale non ce l’ha, poi un’auto che guido fingendo di sapere dove sto andando, un teatro in cui mi fermo a chiedere biglietti, ma è tutto esaurito. peccato.

un sorriso che non vedo da tanto tempo. e che un po’ mi manca.

ho anche sognato che era un sogno. mi rovino sempre tutto il divertimento da sola

[Colonna sonora consigliata: qui. Immagine: Litchis, Romain Decker on Flickr – CC BY-NC-ND 2.0]

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Le cose che Friendfeed non mi ha dato

  • DM sconci, con foto o senza
  • amanti o flirt più o meno seri
  • stalker e/o molestatori
  • il gergo “locale”, i tormentoni
  • flame epocali
  • nemici (non che io sappia, almeno)
  • screenshot e chiacchiere in stanzette (come sopra)
  • fidanzati (quello che avevo lì sopra ce lo aveva da prima, anzi mi ci aveva portata lui)

Una noia mortale, probabilmente, per la maggior parte degli utenti di ff. Ma la verità è che io lì sopra non mi sono mai annoiata.

Delle cose belle che ff mi ha dato (ok, lì si parla di internet, ma al 90% sto parlando di ff) ho scritto tanto tempo fa, e sono solo una minima parte. Poi ho letto il post di Cratete e siccome le tra tante voci mi sembra uno dei saluti più limpidi ed eleganti, lo prendo e lo faccio un po’ mio. Tanti dei nomi che cita (compreso il suo) sono validi anche per me. Ce ne sono tanti altri, così tanti che non riuscirei a fare la lista quindi niente, voi lo sapete.

Me and Friendfeed. The beginning

Non sono cambiata poi così tanto in sette anni, vero?

Quello che farò da oggi al 9 aprile sarà ripercorrere la mia storia su questo buffo social network così simile alla vita vera, con i suoi pazzi e i suoi eroi, le meschinità e l’affetto, le risate e gli insulti. Quello che farò sarà sorridere tra me e me, scoprendo quanto di quella vita virtuale è ancora la mia vita reale, quanti amici, quanti legami importanti che sono nati lì dentro sono ancora ben saldi nella mia vita qui fuori (come se ci fosse una differenza, poi).

Io Friendfeed lo lascio andare col sorriso, ecco.

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Raw material

Ci ho provato a scrivere un post come si deve, con i racconti, le emozioni, le foto e tutto. Ma non riesco a trovare l’ispirazione; e intanto il tempo passa e poi mi diventa tutto un po’ invecchiato. Un po’ “pòsso”, come dicono i miei amici lombardi con una parola di rara adeguatezza.

Quindi niente, ho deciso di buttare tutto alla rinfusa qui dentro. Raw material
SistersViaggiare con la mia coppia di sorelle preferita è un privilegio e un piacere. Ci divertiamo, ci capiamo, ci veniamo incontro con la delicatezza discreta di chi cerca di prendere il proprio spazio senza toglierne all’altra.
E soprattutto, quando sono con loro “c’è sempre musica nell’aria”.

Augustines

Avere scoperto la gioia dei concerti in età piuttosto avanzata è una cosa strana e potente, in cui la saudade per qualcosa che non hai mai avuto si fonde nell’esaltazione, in emozioni che per tanti altri sono in qualche modo già assimilate. Non scontate, o neutre, ma digerite in un’età della vita diversa.
La gioia del mio primo concerto degli Augustines, l’energia e la potenza quasi catartica di quelle due ore e più di musica, sorrisi, commozione, quindi, non la so descrivere. Però ho fatto una playlist.

Ah, la Roundhouse è un posto f.a.v.o.l.o.s.o.

Fanatics

Non capisco perché il colore che si associa a Londra sia il grigio (fumo di londra si dice, o no?). Il colore di Londra, per quanto mi riguarda, è il ROSSO. Dei bus, delle cabine del telefono, degli idranti, delle strisce della Union Jack, delle divise delle Guardie reali. Londra è rossa, punto. A Natale se vogliamo anche troppo :)

I vagoni della metropolitana di Londra sono parecchio claustrofobici, nei corridoi non si capisce mai se si deve dar la destra o la sinistra, perché in ogni caso c’è qualcuno che ti viene addosso. Il malcostume di piantarsi davanti alle porte e di non lasciar scendere prima di salire è parecchio diffuso anche qui. La comunicazione di Transport for London però mi piace, diretta e molto pratica: invece di puntare a inutili minacce tipo “è pericoloso appoggiarsi alle porte” preferiscono ricordarti pragmaticamente che “gli oggetti incastrati nelle porte causano ritardi”.

Ogni volta che abbiamo sentito qualcuno – qualcuno che vive a Londra – lamentarsi della difficoltà a fare amicizia con gli inglesi, della loro ritrosia a fare domande per via di un’eccessiva riservatezza, del fatto che puoi passare mesi senza sapere niente del tuo vicino di ufficio…ascoltavo gli altri dire “ma pensa, che triste, che brutto” ma pensavo “ah, che meraviglia!” Forse devo andare a vivere in Gran Bretagna.

Terror & Wonder

Ho posato gli occhi su una lettera scritta a mano di Edgar Allan Poe e la sua grafia delicata, quasi fragile, mi ha fatto commuovere. Ero lì che un po’ saltellavo, un po’ mi emozionavo, un po’ mi sdilinquivo in questa mostra spettacolare allestita alla British Library, circondata da scrittori e opere che rappresentano la mia formazione, le radici di buona parte di ciò che amo adesso, di ciò che sono adesso. Ho provato un senso di riconnessione, bellissimo. Chi lo avrebbe detto, che avrei trovato ad aspettarmi un pezzetto di me, a Londra?

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There must be some kind of way out of here

Oggi ho voluto farmi un dispetto.
Mi ci son proprio impegnata, a pensarci bene. Forse è perché mi sentivo in colpa per tante cose. Per le persone a cui non so stare abbastanza vicina, per gli impegni che mio malgrado non riesco a rispettare, per il tempo che non so sfruttare a dovere, per il lavoro che mi pesa come non mai, per la dieta che non riesco a fare. Vai a sapere.

In pausa pranzo ho guardato una puntata di Battlestar Galactica (S03E20, per la precisione )

Perché ho scelto la serie non è difficile: in questi giorni ricorre il decennale del suo inizio e se ne parla parecchio. E dovendo scegliere cosa guardare in pausa pranzo… è venuto un po’ naturale. Come andare a cercare un vecchio amico.

Perché ho scelto la puntata nemmeno: è dove mi ero fermata. Il problema è che avevo smesso di guardarla in un periodo abbastanza specifico, nel settembre del 2012, quando avevo avuto la malaugurata idea di mettere come suoneria del telefono il Dradis contact effect. Mi piaceva da matti, io che non ho mai avuto una suoneria diversa da drin drin.

Il problema è che quello è anche il periodo in cui mio papà è mancato. Per cui, il suono del contatto Dradis è la telefonata alle sei del mattino di mia sorella che mi dice di correre a Roma. Sono tante, troppe telefonate successive, che mi avevano portata a buttar via il file audio e abbandonare Battlestar Galactica.

E quindi ero lì, bella contenta con la mia zuppa in mano e le cuffie in testa e, al primo minuto o giù di lì ecco che mi ritrovo immersa fino al collo nella malinconia. Applausi! Da uno a dieci quanto sono stata brava ad andarmela a cercare? Parecchio.

Però sapete che c’è? Che in fondo a questa puntata, che conoscevo [perché io la serie l’avevo vista già qualche anno prima, a smozzichi e in italiano, sulla RAI] ma che non avevo mai visto, ho scoperto che c’è questa versione meravigliosa di All along the watchtower. Una canzone che comincia con delle parole molto, molto importanti. Almeno per me.

E mi sono sentita meglio.

O più probabilmente ho digerito bene la zuppa, vai a sapere.

 

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It’s got nothing to do with rock. It’s to do with roll (cit.)

Fender Telecaster Micawber (on Pinterest)Un giorno ho scoperto che la voce del banjo mi risuonava dentro in modo particolare. E questo ormai lo sapete tutti, fino alla noia.

Un giorno ho realizzato che c’è certa musica, ci sono certi accordi e certe armonizzazioni che riescono a coinvolgermi più di altri. Mi ci riconosco, senza che sia in grado di spiegare perché (anzi, se c’è qualcuno che ne sa… io e Elena avremmo un bel malloppo di domande sul tema)

Facciamo un esempio: molte canzoni dei Rolling Stones mi fanno questo effetto. Al di là di qualunque considerazione su bravura, originalità, capacità artistica o tecnica, sta di fatto che gli Stones mi “appartengono” molto più – perché è inevitabile fare il paragone, no? – dei Beatles. Che mi piacciono, ovviamente. Ma non mi somigliano.

Rolling Stones che, tra l’altro, ho scoperto molto tardi e che oggettivamente conosco assai poco. Ma quel poco che conosco… ci siamo capiti.

Anche per questo un giorno ho deciso di leggere Life. Ci ho messo un po’ a prendere il ritmo, perché la scrittura di Keith Richards (e/o del suo compare Fox) è un po’ dispersiva e difficile per me, con un sacco di slang e frasi idiomatiche e allusioni continue a droghe di cui non ho mai sentito parlare, eccetera.

Ma non è importante. L’importante è che da qualche giorno ero riuscita finalmente a entrarci dentro, a leggere fluidamente. E in una notte di emicrania, con il chiodo piantato dietro l’occhio destro, mentre fuori pioveva a dirotto, la lettura mi ha portata qui: The big discovery late in 1968 or early 1969 was when I started playing the open five-string tuning. It transformed my life.

Attenzione.

E qualche riga dopo: And then I found out all this stuff about banjos.

E così ho scoperto una cosa che probabilmente gli appassionati di musica sanno da un’era geologica ma che io ignoravo totalmente, e cioè che Keith Richards ha mutuato dal banjo l’accordatura aperta in Sol, togliendo il Mi basso e riaccordando le 5 corde rimanenti. E ci ha scritto e suonato molte canzoni, con soddisfazione sua e di tutti noi.

Io non lo sapevo, ecco. Prima di scegliere il banjo non sapevo nemmeno che esistessero, gli open tunings! E poi una notte, per caso, scopro che le cose che mi piacciono, mi caratterizzano e (probabilmente) mi definiscono sono lì in giro, tutte in qualche modo collegate da questo filo sottile che ancora non riesco a chiamare per nome.

è una sensazione elettrizzante.

The beauty, the majesty of the five-string open G tuning for an electric guitar is that you’ve only got three notes—the other two are repetitions of each other an octave apart. It’s tuned GDGBD. Certain strings run through the whole song, so you get a drone going all the time, and because it’s electric they reverberate. Only three notes, but because of these different octaves, it fills the whole gap between bass and top notes with sound. It gives you this beautiful resonance and ring. I found working with open tunings that there’s a million places you don’t need to put your fingers. The notes are there already.

You can leave certain strings wide open. It’s finding the spaces in between that makes open tuning work. And if you’re working the right chord, you can hear this other chord going on behind it, which actually you’re not playing.

It’s there. It defies logic. And it’s just lying there saying, “Fuck me.” […]

Il resto – che poi sono pagine vibranti di bellezza e di passione – l’ho estratto faticosamente dal mio kindle e ve ‘ho messo qui.

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