Archivi categoria: Music is my radar

I’m going around this world baby mine

Béla Fleck and Abigail Washburn cover epic hit ‘The Final Countdown’ on banjos

It was november of the last year when I started my banjo lessons, after one year or more spent on falling in love with this instrument and a bunch of great players.

Among them were Béla Fleck and Abigail Washburn.
Their first album togheter had been just released and I listened to it a thousand times. But most of all, I loved watching them on stage (on youtube of course, because I’m here and they are THERE) because it’s not just the music I seek for: I want the alchemy and the smiles and the joy of playing together.

Just look at them :)

Well, if someone had told to me that within a year I would go at a Béla Fleck and Abigail Washburn concert, here in Milan, without going chasing them around in the United States; and that I would have been there in the company of my banjo teacher Danilo, who has since become also a friend… well, I would have laughed with disbelief.
And now I’m counting the days (one week!) and smiling with anticipation. Life is good, and like someone used to say: “there is always music in the air”.

Annunci
Contrassegnato da tag , , ,

As long as my heart keeps pumping blood. [my close encounter with Augustines]

Augustines[IMPORTANT: I never wrote an entire post in English. I’m sure it’s awful, but I wanted to try. I never wrote something like that about a music band either, because I’m not that expansive as a fan, usually. But things change, aren’t they?
So please be patient, and do help me with some editing, if you feel like it]

***

Wednesday morning, heading back to Milan, staring outside from my window seat, headphones in (no need to ask what I’m listening, right?), some random thoughts.

That was the tiniest concert venue I’ve been in. And I’m selfish, I know, but I was SO glad that only few people were there, and that the front row was waiting for me, even if I arrived late (damn late trains).
[Speaking of transports: I called a cab to reach the Off. The driver asked me if I was going to the gig, and then: “I picked those guys yesterday at their arrival. Very nice and funny.” I always loved the little insignificant coincidences of life.]

I sipped my beer watching the tiny stage, in anticipation. They’re going to be right in front of me, close enough to reach them with my voice. In fact I did it, I offered to Eric my italian translation of It’s fucking hot ;)
It was fucking hot indeed.

Billy McCarthy is pure energy that streams directly from his heart through his arms, to the guitar. His legs can’t stand still. And this voice, so loud and raw… you can’t believe that a man can scream so hard and still sing with such intensity and precision. And oh, he has the whitest teeths! Or maybe were the lights, I don’t know, but I could not help focusing on that at some moments.

Eric Sanderson, his smile is a whole-face-smile, so sweet…and contagious. And I’ve had plenty last night. Watching him play and sing and jump (and, oh god, he jumps!) with such passion, no matter what he’s playing – bass, keyboards,  guitar – is contagious too. And… yes, he is as handsome as I imagined. Last time in London I was too far to check. Now I can say it :)

Rob Allen is as loud and energetic with his drums as he seems quiet and shy. He is the kind of person that, once they started playing acoustic in the middle of the lawn, with all the people sitting around, cared to not turn his back to us, or cover our view. It makes you want to hug him.

They gave us good fucking rock, they gave us funny and intense stories, they gave us the intimacy of a concert among friends on a summer night.

This is the kind of gig – and I’m not simply speaking about the venue – in which you can really sing along, distinctly hear your voice blend with the others. In which you can hear the noise of the pick strumming on the chords and the pounding of the feet on the stage, and feel a real sort of connection, lift your eyes and find that the drummer is smiling at you while singing. A gig in which the band members let themselves literally be embraced by the crowd.

And this is the sort of night in which at the end the band members (oh, Eric, but where were you?) join the few people still hanging around for a beer, a chat and some pictures (I had mine, of course, but it’s for me and me alone).

I regret not having told Billy that their songs speak to me in a way I rarely experienced before, that I cry everytime I listen to Walkabout, and hearing it that night, so intense and so close to me, was almost overwhelming. But full of joy. And that I’m eager to see Rise, and maybe find myself into the crowd of the Roundhouse, in what was maybe the first place in my best-concerts-ever…until yesterday night.

Contrassegnato da tag , , ,

3 sorprese e una presa di coscienza

2015-06-005

[Guitar Workshop at Italian Bluegrass Meeting – Sarzana, 29/05/2015]

UNO. La soddisfazione più grande del mio weekend passato probabilmente è stata sentirmi dire da due signore americane che il mio inglese è “beautiful”. Hanno detto proprio così, e anche che amavano il mio accento.

Per una che l’inglese non lo parla mai, se non da sola quando legge ad alta voce o canta, capirete che è decisamente notevole. Devo essermi gonfiata d’orgoglio così tanto che non capisco come tutti gli altri non siano stati strizzati via dal locale in cui eravamo seduti.

DUE. Che le persone che mi capita di conoscere, e con cui trascorro del tempo, anche dopo settimane siano convinte che io non raggiunga i 30 anni, è forse ancora più incredibile. Sto cominciando a chiedermi se questo non dimostrare l’età non rischi di ritorcermisi contro, prima o poi. Le persone magari pensano “ah guarda questa, neanche 30 anni e quante cose che ha fatto”, o cose del genere. E poi scoprono che ne ho quasi 40 e… crolla l’entusiasmo :)

Scherzo. Sentirmi definire una con una gran testa, poi, è stata un’altra di quelle cose sorprendenti del weekend, soprattutto perché veniva da una donna che conosco ancora poco, ma della quale penso esattamente lo stesso.

TRE. Gli introversi fanno fatica a relazionarsi con le altre persone, soprattutto in contesti nuovi e se non hanno i tempi e gli spazi giusti. Verissimo. Per questo metterne insieme due, sconosciuti in un luogo sconosciuto, a condividere un’esperienza nuova e una casa mai vista prima, può essere una catastrofe, tipo che si gettano dalla finestra in stile lemming dopo 10 minuti. Oppure succede che trovano reciprocamente il ritmo e il modo giusto per ritrovarsi, dieci minuti dopo, a fare la spesa e poi a cucinare raccontandosi le storie delle proprie vite. E che vada talmente bene che poi tutti gli altri, al vederli, credano che si tratti di amici di lunga data.

Le persone sono meravigliose. E voi, stasera, abbracciate il vostro introverso.

E adesso veniamo alle cose serie. Al Bluegrass Meeting, alla mia seconda timida jam session, agli accordi che finalmente comincio a prendere, ai workshop che ho ascoltato senza tirare fuori lo strumento (ma raccogliendo storie, suggerimenti e perle di saggezza come quella lassù), alla lezione nella casetta a due passi dalla Fortezza (che tutti ci invidiavano!), in cui ho suonato a una velocità che non immaginavo di poter avere, alle chiacchierate a tavola con belle persone che della musica hanno fatto – e fanno – la loro vita.

La presa di coscienza è molto semplice, banale e implacabile: devo suonare. Suonare con gli altri, fuori dalla mia stanzetta, fuori dalla mia bolla. Aiuto.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Raw material

Ci ho provato a scrivere un post come si deve, con i racconti, le emozioni, le foto e tutto. Ma non riesco a trovare l’ispirazione; e intanto il tempo passa e poi mi diventa tutto un po’ invecchiato. Un po’ “pòsso”, come dicono i miei amici lombardi con una parola di rara adeguatezza.

Quindi niente, ho deciso di buttare tutto alla rinfusa qui dentro. Raw material
SistersViaggiare con la mia coppia di sorelle preferita è un privilegio e un piacere. Ci divertiamo, ci capiamo, ci veniamo incontro con la delicatezza discreta di chi cerca di prendere il proprio spazio senza toglierne all’altra.
E soprattutto, quando sono con loro “c’è sempre musica nell’aria”.

Augustines

Avere scoperto la gioia dei concerti in età piuttosto avanzata è una cosa strana e potente, in cui la saudade per qualcosa che non hai mai avuto si fonde nell’esaltazione, in emozioni che per tanti altri sono in qualche modo già assimilate. Non scontate, o neutre, ma digerite in un’età della vita diversa.
La gioia del mio primo concerto degli Augustines, l’energia e la potenza quasi catartica di quelle due ore e più di musica, sorrisi, commozione, quindi, non la so descrivere. Però ho fatto una playlist.

Ah, la Roundhouse è un posto f.a.v.o.l.o.s.o.

Fanatics

Non capisco perché il colore che si associa a Londra sia il grigio (fumo di londra si dice, o no?). Il colore di Londra, per quanto mi riguarda, è il ROSSO. Dei bus, delle cabine del telefono, degli idranti, delle strisce della Union Jack, delle divise delle Guardie reali. Londra è rossa, punto. A Natale se vogliamo anche troppo :)

I vagoni della metropolitana di Londra sono parecchio claustrofobici, nei corridoi non si capisce mai se si deve dar la destra o la sinistra, perché in ogni caso c’è qualcuno che ti viene addosso. Il malcostume di piantarsi davanti alle porte e di non lasciar scendere prima di salire è parecchio diffuso anche qui. La comunicazione di Transport for London però mi piace, diretta e molto pratica: invece di puntare a inutili minacce tipo “è pericoloso appoggiarsi alle porte” preferiscono ricordarti pragmaticamente che “gli oggetti incastrati nelle porte causano ritardi”.

Ogni volta che abbiamo sentito qualcuno – qualcuno che vive a Londra – lamentarsi della difficoltà a fare amicizia con gli inglesi, della loro ritrosia a fare domande per via di un’eccessiva riservatezza, del fatto che puoi passare mesi senza sapere niente del tuo vicino di ufficio…ascoltavo gli altri dire “ma pensa, che triste, che brutto” ma pensavo “ah, che meraviglia!” Forse devo andare a vivere in Gran Bretagna.

Terror & Wonder

Ho posato gli occhi su una lettera scritta a mano di Edgar Allan Poe e la sua grafia delicata, quasi fragile, mi ha fatto commuovere. Ero lì che un po’ saltellavo, un po’ mi emozionavo, un po’ mi sdilinquivo in questa mostra spettacolare allestita alla British Library, circondata da scrittori e opere che rappresentano la mia formazione, le radici di buona parte di ciò che amo adesso, di ciò che sono adesso. Ho provato un senso di riconnessione, bellissimo. Chi lo avrebbe detto, che avrei trovato ad aspettarmi un pezzetto di me, a Londra?

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

It’s got nothing to do with rock. It’s to do with roll (cit.)

Fender Telecaster Micawber (on Pinterest)Un giorno ho scoperto che la voce del banjo mi risuonava dentro in modo particolare. E questo ormai lo sapete tutti, fino alla noia.

Un giorno ho realizzato che c’è certa musica, ci sono certi accordi e certe armonizzazioni che riescono a coinvolgermi più di altri. Mi ci riconosco, senza che sia in grado di spiegare perché (anzi, se c’è qualcuno che ne sa… io e Elena avremmo un bel malloppo di domande sul tema)

Facciamo un esempio: molte canzoni dei Rolling Stones mi fanno questo effetto. Al di là di qualunque considerazione su bravura, originalità, capacità artistica o tecnica, sta di fatto che gli Stones mi “appartengono” molto più – perché è inevitabile fare il paragone, no? – dei Beatles. Che mi piacciono, ovviamente. Ma non mi somigliano.

Rolling Stones che, tra l’altro, ho scoperto molto tardi e che oggettivamente conosco assai poco. Ma quel poco che conosco… ci siamo capiti.

Anche per questo un giorno ho deciso di leggere Life. Ci ho messo un po’ a prendere il ritmo, perché la scrittura di Keith Richards (e/o del suo compare Fox) è un po’ dispersiva e difficile per me, con un sacco di slang e frasi idiomatiche e allusioni continue a droghe di cui non ho mai sentito parlare, eccetera.

Ma non è importante. L’importante è che da qualche giorno ero riuscita finalmente a entrarci dentro, a leggere fluidamente. E in una notte di emicrania, con il chiodo piantato dietro l’occhio destro, mentre fuori pioveva a dirotto, la lettura mi ha portata qui: The big discovery late in 1968 or early 1969 was when I started playing the open five-string tuning. It transformed my life.

Attenzione.

E qualche riga dopo: And then I found out all this stuff about banjos.

E così ho scoperto una cosa che probabilmente gli appassionati di musica sanno da un’era geologica ma che io ignoravo totalmente, e cioè che Keith Richards ha mutuato dal banjo l’accordatura aperta in Sol, togliendo il Mi basso e riaccordando le 5 corde rimanenti. E ci ha scritto e suonato molte canzoni, con soddisfazione sua e di tutti noi.

Io non lo sapevo, ecco. Prima di scegliere il banjo non sapevo nemmeno che esistessero, gli open tunings! E poi una notte, per caso, scopro che le cose che mi piacciono, mi caratterizzano e (probabilmente) mi definiscono sono lì in giro, tutte in qualche modo collegate da questo filo sottile che ancora non riesco a chiamare per nome.

è una sensazione elettrizzante.

The beauty, the majesty of the five-string open G tuning for an electric guitar is that you’ve only got three notes—the other two are repetitions of each other an octave apart. It’s tuned GDGBD. Certain strings run through the whole song, so you get a drone going all the time, and because it’s electric they reverberate. Only three notes, but because of these different octaves, it fills the whole gap between bass and top notes with sound. It gives you this beautiful resonance and ring. I found working with open tunings that there’s a million places you don’t need to put your fingers. The notes are there already.

You can leave certain strings wide open. It’s finding the spaces in between that makes open tuning work. And if you’re working the right chord, you can hear this other chord going on behind it, which actually you’re not playing.

It’s there. It defies logic. And it’s just lying there saying, “Fuck me.” […]

Il resto – che poi sono pagine vibranti di bellezza e di passione – l’ho estratto faticosamente dal mio kindle e ve ‘ho messo qui.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

you’d think it’d be crazy to ask for a small part

… e infatti tutti, li vogliamo. Tutti insieme sul palco. Colorati, sorridenti, travolgenti.

Trova le differenze

Se in un giorno d’autunno di due anni fa Elena non mi avesse convinta ad andare all’Alcatraz, ieri probabilmente non sarei stata lì. Non avrei guidato per 234 + 234 chilometri, col rischio della pioggia, la mantellina e tante speranze in borsa, con la stanchezza accumulata da settimane di lavoro devastante e un trasloco in fieri, l’autostrada di notte e il rientro all’alba del giorno dopo.

E invece.

E se non fosse stato per I Cani, per i ritardi, per la mezzanotte arrivata troppo presto e la corrente che va staccata, per i tecnici che salgono sui palchi e accendono tutte le luci, se non fosse stato per la sete… saremmo rimaste lì in prima fila a goderci anche l’ultima piccola parte del concerto [ché la qualità è quella che è, ma secondo me potete immaginare cosa sia stato vederli tornare sul palco e dedicarci ancora canzoni, parole e sorrisi]
Ma, come diceva Kurt, So it goes.

Sorrido.

Contrassegnato da tag , ,

senza un finale che faccia male

Afterhours - Hai paura del buio?Questo perfetto tempismo che hanno certi concerti

Che arrivano esattamente nel momento in cui la pentola a pressione comincia a mostrare segni di cedimento dalle guarnizioni

Quando stai per devastare la cucina

E invece vai all’Alcatraz e ti sudi tutte le tossine che ti avvelenano.

“cantare tutto, pure gli urli”, come dice Elena

Esplosione controllata, si chiama. Credo. Funziona.

 

 

 

 

 

Contrassegnato da tag