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3 sorprese e una presa di coscienza

2015-06-005

[Guitar Workshop at Italian Bluegrass Meeting – Sarzana, 29/05/2015]

UNO. La soddisfazione più grande del mio weekend passato probabilmente è stata sentirmi dire da due signore americane che il mio inglese è “beautiful”. Hanno detto proprio così, e anche che amavano il mio accento.

Per una che l’inglese non lo parla mai, se non da sola quando legge ad alta voce o canta, capirete che è decisamente notevole. Devo essermi gonfiata d’orgoglio così tanto che non capisco come tutti gli altri non siano stati strizzati via dal locale in cui eravamo seduti.

DUE. Che le persone che mi capita di conoscere, e con cui trascorro del tempo, anche dopo settimane siano convinte che io non raggiunga i 30 anni, è forse ancora più incredibile. Sto cominciando a chiedermi se questo non dimostrare l’età non rischi di ritorcermisi contro, prima o poi. Le persone magari pensano “ah guarda questa, neanche 30 anni e quante cose che ha fatto”, o cose del genere. E poi scoprono che ne ho quasi 40 e… crolla l’entusiasmo :)

Scherzo. Sentirmi definire una con una gran testa, poi, è stata un’altra di quelle cose sorprendenti del weekend, soprattutto perché veniva da una donna che conosco ancora poco, ma della quale penso esattamente lo stesso.

TRE. Gli introversi fanno fatica a relazionarsi con le altre persone, soprattutto in contesti nuovi e se non hanno i tempi e gli spazi giusti. Verissimo. Per questo metterne insieme due, sconosciuti in un luogo sconosciuto, a condividere un’esperienza nuova e una casa mai vista prima, può essere una catastrofe, tipo che si gettano dalla finestra in stile lemming dopo 10 minuti. Oppure succede che trovano reciprocamente il ritmo e il modo giusto per ritrovarsi, dieci minuti dopo, a fare la spesa e poi a cucinare raccontandosi le storie delle proprie vite. E che vada talmente bene che poi tutti gli altri, al vederli, credano che si tratti di amici di lunga data.

Le persone sono meravigliose. E voi, stasera, abbracciate il vostro introverso.

E adesso veniamo alle cose serie. Al Bluegrass Meeting, alla mia seconda timida jam session, agli accordi che finalmente comincio a prendere, ai workshop che ho ascoltato senza tirare fuori lo strumento (ma raccogliendo storie, suggerimenti e perle di saggezza come quella lassù), alla lezione nella casetta a due passi dalla Fortezza (che tutti ci invidiavano!), in cui ho suonato a una velocità che non immaginavo di poter avere, alle chiacchierate a tavola con belle persone che della musica hanno fatto – e fanno – la loro vita.

La presa di coscienza è molto semplice, banale e implacabile: devo suonare. Suonare con gli altri, fuori dalla mia stanzetta, fuori dalla mia bolla. Aiuto.

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If only I could (solo un altro inutile sfogo)

Se avessi una tenda, io ci andrei in piazza, sabato prossimo.

Se non sapessi che ci sarei soltanto io, in piazza sabato prossimo, lo farei.

Se riuscissi a credere che farlo possa contribuire in qualche modo cambiare la disperante situazione che giorno dopo giorno si dipana sotto i miei occhi impotenti, sarei lì.

Ma so che non servirebbe a nulla: niente eco mediatica, niente ritorno di attenzione. Niente, se non a dimostrare a me stessa che ci sono, che anche da lontano io “partecipo”, combatto. Ben altro ci vorrebbe… e io ci ho messo dei mesi a far pace con l’idea che non posso cambiare un bel niente. Come sapete bene, se passate di qui a leggere ogni tanto, io non ho altro che le parole.

Però mi piacerebbe tanto avere una piazza e una tenda e qualcuno seduto a terra insieme a me, a parlare. Vi direi: benvenuti, accomodatevi qui vicino a me, c’è tanto spazio. E poi vi parlerei.

Vi leggerei dei brani di quello che considero l’unico libro che valga la pena di leggere, per il momento, su quello che è accaduto il 6 aprile e sentirei cosa ne pensate.

Vi chiederei se siete mai stati all’Aquila, o se ne avevate mai sentito parlare, prima di quella notte schifosa, e ascolterei i vostri racconti.

Vi parlerei di cosa succede laggiù in questi giorni, vi chiederei di dirmi cosa sentite voi e cosa pensate, per capire se il mio dolore e la mia rabbia inestinguibile sono solo reazioni eccessive, emotive, viscerali. Domanderei a ciascuno di voi dove raccoglie le sue informazioni, quali voci vorrebbe ascoltare, come costruisce nel tempo la sua opinione in merito.

E poi, dopo avervi offerto un sorso di genziana o di Montepulciano d’Abruzzo per sopportare meglio il freddo, vi parlerei di quella città piccola e sempre uguale a se stessa, in cui sembrava che niente potesse cambiare. Vi porterei a spasso per  i vicoli e le piazze, le associazioni, i teatri, le cantine, le università: i luoghi in cui l’aquila era viva davvero, e noi con lei.

Vi reciterei i detti aquilani e vi canterei le canzoni volgari in dialetto, io che il dialetto non l’ho mai parlato. Vi dipingerei con le parole ogni luogo che non c’è più, ogni usanza, ogni tradizione, ogni cosa che rende L’Aquila ancora una città, un luogo reale, e non un cumulo di macerie in abbandono. Vi racconterei degli aquilani e della loro allegria, ma anche di quanto possono essere chiusi e testardi, di come quella mentalità borghese e provinciale ha fatto allontanare negli anni tanti di noi.

E di come, nonostante questo, tutti quelli che sono andati via guardino ancora ogni giorno l’orizzonte dalla propria finestra, cercando inutilmente il profilo familiare delle montagne di casa.

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Apprivoiser ses nerfs

Il y a rien faire par moments
Regarder le monde à l’envers
Croire en tout, en l’éphémère
Décider d’aller de l’avant
Car il y a dans l’air par moments
Ce léger souffle, séduisant
Peut-on rester débutant
Apprivoiser ses nerfs

(la traversée du désert, Louise Attaque)

C’è un momento per ogni cosa, come diceva qualcuno. Per me è il momento dell’attesa, ma anche del riposo, del vento tra i capelli e degli abbracci di famiglia. Il momento di recuperare le forze, di assorbire la luce del sole, di osservare e capire, prima di agire. Di addomesticare i miei nervi.

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Ma sapere dove andare

… è come sapere cosa dire, come sapere dove mettere le mani.*


Speriamo.

Dove sto andando lo so: Anguillara – casa dei miei genitori;  L’Aquila – tende, montagne e amici che non vedo da tanto.

Cosa dire, ne ho una vaga idea: un nome speciale per la nipotina che arriverà a ottobre, il racconto di tanti amici che mi aiutano a scegliere un regalo, idee e progetti ancora campati in aria ma che cominciano a trovare qualche appiglio sul suolo sconnesso.

Dove mettere le mani: quella è la vera sfida. Due posti soltanto, per ora, sono sicuri: la sabbia nera della spiaggia sul lago di Bracciano e le guance morbide di mio nipote Federico.

[*Ivano Fossati – E di nuovo cambio casa]

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Tanto per restare in tema di libri

La newsletter di FAHRENHEIT

4 – 8 maggio 2009
LIBRI PER L’ ABRUZZO

Sono oltre 1500 i libri che, in queste settimane, avete pensato, scelto e donato agli abitanti delle zone colpite dal terremoto e che da oggi sono disponibili, per tutti quelli che vorranno: i vostri libri riempiranno il bibliobus che girerà per le aree dove sono alloggiati gli sfollati del sisma.

Una vera biblioteca ambulante, un buon libro per chi, in mezzo a tante altre cose, ha perso anche la sua piccola o grande biblioteca personale.

Chi volesse continuare a mandare libri in Abruzzo può farlo, da questo momento in poi, spedendo un pacco a questo indirizzo:

Circolo Arci, Fermo deposito Centi Colella SDA, 67100 L’ Aquila.

Grazie a tutti quelli che hanno partecipato all’ iniziativa e a quelli che vorranno partecipare nei prossimi giorni.

***

Sono nate moltissime iniziative, in tutta Italia, per far arrivare libri e riviste all’Aquila e negli altri paesi colpiti. Iniziative casalinghe o strutturate. Seguitele tutte, se volete, basta cercare. Io vi propongo questa di Fahrenheit.

Personalmente mi candido anche come corriere, visto che ho intenzione di tornare all’Aquila nel giro di un mese. Quindi se non avete voglia di spedire e  se non siete troppi (vado in treno), cominciate pure a spulciare le vostre librerie.

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prenda il numeretto (o dell’apertura della stagione di caccia)

Sono giorni, che dico, sono settimane intere che cerco di mettere ordine nella mia testa. Ho talmente tante cose da scrivere, da dire, da chiedere, che cominciare a parlare solo di una significa automaticamente privare di importanza tutte le altre.

Forse è così che ci si blocca, nella scrittura e nella vita, in generale. Quando non sai mettere in riga i tuoi pensieri e decidere da dove cominciare.

Quindi comincerò da qualcosa che non c’entra praticamente niente con i miliardi di idee che vorticano nel mio cranio con il bigliettino della coda in mano. O forse c’entra, ma ancora non lo so.

Voglio andare a Torino per il Lit Camp.

Non solo perché mi sta a cuore l’argomento. Non solo perché amo la città di Torino.

Ma anche perché sto cercando di mettere insieme una serie di idee che hanno a che fare con una certa città, tanti libri, un’università da rimettere in piedi, un buon numero di computer e un numero ancora maggiore di programmi e progetti da realizzare. E per farlo ho bisogno di teste funzionanti che, molto più di me, sappiano davvero di cosa si parla quando si parla di internet, di camp, di social network e – magari – anche di e-learning.

Diciamo che sto mettendo in piedi una specie di battuta di caccia. Vado a caccia di cervelli, di idee, di competenze, di suggerimenti e anche di correzioni di tiro, se le mie fantasie non hanno i piedi per reggersi. Devo imparare tante cose, prima di poter dire che ho un vero progetto, quindi prima comincio, meglio è.

 
 
 
 
Oggi è un mese dal terremoto che ha distrutto la mia città.

Se solo riuscissi a scrivere qualcosa che abbia un senso, a questo proposito, lo farei. Ma non sono capace. Invece c’è qualcuno che ha la strana abitudine di scrivere i miei pensieri molto meglio di me, anche se non mi conosce affatto. Quindi per oggi prenderò a prestito le sue, di parole. (e grazie)

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facoltà di ripartire

Meno di un mese fa avevo scritto un post. Adesso il titolo che gli avevo dato sembra una bestemmia gridata al cielo. Quando mi sono resa conto che c’è qualcuno che arriva sul mio blog proprio passando da quel titolo, ho pensato di cancellarlo.

Poi ieri ho avuto da la conferma che quel palazzo di cui raccontavo, proprio in quel post, non c’è più.

E allora ho deciso che no, non ce lo tolgo. Il mio ricordo di Palazzo Camponeschi, sede della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università dell’Aquila non lo cancello, come non si cancellerà dalla mia mente.

Qui c’è il blog creato dalla Facoltà, ad uso del personale e degli studenti, ma anche di chi voglia scoprire come l’Università,  il vero cuore dell’Aquila, sta cercando di ripartire.

Io terrò gli occhi e le orecchie ben aperti,  su questo e su tutti gli altri blog delle varie facoltà che si stanno attivando in questi giorni. I problemi sono tanti, certo, ma anche le proposte. E non è detto che proprio dai tanti problemi non possano nascere altrettante buone idee per risolverli.

Se volete, li trovate tutti qui.

Oggi torno a Milano, con la mente ancora confusa. Notizie buone e notizie cattive si sono susseguite in questi giorni. Momenti di sconforto e risate per esorcizzare i pensieri. Giorni strani, ma veri e necessari. Anche io, a modo mio, sto ripartendo. La testa macina pensieri. Ho bisogno di condividerli con persone lucide e amiche che mi aiutino a renderli concreti. So che riuscirò a farlo, nei prossimi giorni.

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