senza un finale che faccia male

Afterhours - Hai paura del buio?Questo perfetto tempismo che hanno certi concerti

Che arrivano esattamente nel momento in cui la pentola a pressione comincia a mostrare segni di cedimento dalle guarnizioni

Quando stai per devastare la cucina

E invece vai all’Alcatraz e ti sudi tutte le tossine che ti avvelenano.

“cantare tutto, pure gli urli”, come dice Elena

Esplosione controllata, si chiama. Credo. Funziona.

 

 

 

 

 

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de pie, delante de vos, con una flor amarilla en la mano

Julio, enormísimo cronopioio sulla tomba di Julio ci son stata un freddo giorno di dicembre del 2004.
da sola, anche se ero in vacanza con il fidanzato del tempo, perché a lui non poteva fregargliene di meno (lo so, lo so, inconcepibile). ma anche perché io non ci volevo nessun altro.
pioveva e in effetti non c’era un’anima. quindi era perfetto.

quando l’ho vista, la lapide, ho capito che non avrebbe potuto essere in nessun altro modo.

ci ho lasciato sopra un fiore giallo, uno solo. ho fumato una sigaretta osservando i biglietti del metrò, le sigarette e i bigliettini che si scioglievano sotto la pioggia. almeno il mio fiore durerà un po’ più a lungo, ho pensato.

e mi ricordo che ho sorriso molto e mi sono un po’ commossa e mi sono sentita un po’ sciocca e se il tempo fosse stato migliore, e di più, probabilmente mi sarei trovata un angolino e sarei rimasta lì a leggere Final del Juego, in cui c’è il racconto del fiore giallo da cui l’omaggio sulla tomba* e una buona parte dei racconti che più ho amato e studiato e sofferto e tradotto e raccontato a mia volta a chiunque avesse voglia di ascoltarmi.

Questo ricordo e questo post nascono perché un certo fama mascherato da cronopio ha avuto l’adorabile idea (smentendo così che si tratti di maschera) di scrivere di Julio Cortázar durante il tempo che ci separa dal centesimo anniversario della sua nascita. Questo post nasce perché ogni volta che leggo uno dei suoi, di post, un po’ mi sorprendo e un po’ sorrido del fatto che sia così facile provare le stesse sensazioni e lo stesso affetto (poi lui lo scrive meglio, ma me ne farò una ragione) e la stessa buffa nostalgia, come per un vecchio amico che vorresti tanto rivedere – anche se non lo hai mai incontrato.

*

*
[* il titolo invece no, il titolo viene da qui]

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the owls are not what they seem [cit.]

Ho sognato che il mio ufficio era diventato una specie di centro benessere futuristico, con enormi capsule trasparenti con dentro sauna, idromassaggio… computer e documenti.

In una delle capsule – che sapevo essere di una collega che non lavora più qui – c’erano un cane e un gatto che avevano strappato, mangiato e sparso in giro tutti i fogli e ci fissavano con aria di sfida.

Mentre andavamo in giro per l’ufficio in accappatoio c’era una signora che ci chiedeva di assaggiare dolci e macedonie di frutta e di darle un parere: sono più adatti da servire a colazione o come dessert?
[Uno era divino, sul serio. è commovente e inquietante che la mia mente possa produrre una sensazione di gusto così perfetta, senza che esista davvero]

C’era anche una mia amica, che non vedo da un po’ e che sta passando un periodo un po’ complicato, che doveva prendere un treno. Io la accompagnavo ma invece che in stazione finivamo in un appartamento che era il set di un video con una strana performance teatrale/musicale in cui – indovina un po’ – c’era posto per noi come comparse: io avrei dovuto stare vicino a uno specchio e pettinare qualcuno (o me stessa?).

Nel cortile dietro il set i muri di cinta erano pieni di scritte: messaggi, commenti e qualche insulto, rivolti a noi. Un po’ ci rimanevo male, un po’ mi facevano ridere. Al ritorno il mio ufficio era fatto di camere d’albergo, tutte collegate a una sala centrale in cui si servivano spritz in enormi bicchieri.

Affacciata a una finestra sul cortile (quello delle scritte) parlavo al telefono con un amico che vive in un posto parecchio lontano. Come in una perfetta conversazione in stile Lynch mi raccontava di un certo nome che stava andando di gran moda, mentre in sottofondo si sentiva una strana canzone (brutta, devo dire).

Mentre pensavo due cose insieme (“perché sto chiamando dal telefono e non via skype?” e “ma noi non abbiamo mai parlato al telefono. deve proprio essere un sogno”) è suonata la sveglia, che in questo periodo è una canzone che si chiama The Dreamer. Per dire.

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happiness is my default position (cit.)

succede che le cose che ti accadono a volte sono più belle di quelle che desideri. Mica tutte, certo. Ma alcune sì. O forse è anche come le sai guardare.

Da quando ho scritto questo post, ad esempio: 

ho due paia di guanti in più. No, non sono di pelle e non sono arancioni, ma sono stati regalati in modo semplice e spontaneo da persone a cui tengo e, quindi, sono esattamente quelli che volevo.

l’appuntamento al buio non è stato letterale e sono stata ben contenta di avere il mio paio di occhi in attività. E comunque all’Istituto dei Ciechi ho intenzione di andarci molto presto, in ottima compagnia.

la pianta non ce l’ho ancora, nonostante ogni mattina passi davanti a un fioraio e ci faccia un pensiero. Ma adesso sapete che c’è? C’è che con l’anno nuovo ho anche un terrazzo che mi impone di provarci come non ho mai fatto prima.

la giornata sulla neve non l’ho avuta. Ma ne ho avute ben due con vista sulle montagne innevate, con passeggiate tra gli alberi e sorrisi lungolago. E anche se mi manca affondare le mani nella neve sono parecchio contenta comunque.

il motivatore è arrivato: si chiama “sguardo di orrore alla bilancia dopo le feste di natale”.

ho in tasca il volantino di una giovane giapponese che impartisce lezioni, nel tempo libero che le rimane dal lavoro di sous-chef in un ristorante vegetariano che, inopinatamente, mi ritrovo ad adorare.

E insomma, non è mica poi così male.

Buon 2014.

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