(lo so, non ne potete più di ‘sto Cortázar. ancora una e poi smetto…per un po’)

Il Doodle del 26 agosto 2014

 

 

 

 

 

 

 

Julio Cortázar  per me non è solo uno scrittore. Non è solo uno dei più grandi scrittori del Novecento e della letteratura tutta. Per me è qualcosa di più simile a un amico, un compagno di viaggio, un nume tutelare e anche un po’ maestro. Mi ha insegnato, solo per dirne una, una lingua che conoscevo già, ma che tra le sue pagine è diventata per me nuova e sorprendente e non finisce mai di conquistarmi. 

Chi mi conosce, o chi legge di tanto in tanto questo blog, certe cose le sa già. Non fosse altro per tutte le volte in cui gli ho dedicato le mie piccole parole.

Ieri Julio Cortázar  avrebbe compiuto 100 anni: Finzioni Magazine e Il Secolo Corta hanno organizzato una festa coi fiocchi e per me è un onore averne fatto parte. Qui ci sono le due cose che ho scritto per loro (e per me): in realtà sono una la derivazione dell’altra, perché cercavo il modo migliore per esprimere la passione che provo per i suoi racconti – che per quanto mi riguarda sono il vero capolavoro cortazariano, nel loro insieme – e non sapevo proprio decidermi. Quei cronopios di Andrea e Silvia hanno pubblicato entrambi, facendomi arrossire.

Quindi eccoli qui, in fila indiana per il vostro (spero) divertimento. Per chi si riconoscerà e li riconoscerà, per chi ne avrebbe scelti degli altri  (ce ne sono talmente tanti che si potrebbero fare almeno un paio di giri dell’alfabeto), per chi non ne ha mai letti e magari gli viene la curiosità. Per voi.

 

e uno

Alfacuéntos: viaggio intorno a Julio in 20 lettere dell’alfabeto (la Z non c’è: un cronopio che si rispetti comincia un progetto e poi si accorge che gli manca un pezzo).

Axolotl: conviene guardarli da una certa distanza.
Bestiario: certe bambine è meglio non contrariarle.
Carta a una señorita en Paris: coniglietti!
Deshoras: amori nel sogno, destini mancati.
Estación de la mano: compagnie domestiche davvero singolari.
Una Flor amarilla: siamo tutti immortali.
Graffiti: l’amore sui muri.
Historia con migalas: le voci dalla stanza a fianco.
La Isla a mediodìa: avete presente Lost? Una specie.
Lejana: il destino può stare tutto in un abbraccio al centro di un ponte.
Manuscrito hallado en un bolsillo: i sorrisi nel finestrino, i ragni nel pozzo.
La Noche Boca arriba: sogno-veglia andata e ritorno…O no?
Omnibus: non salire sul bus senza un mazzo di fiori.
Las Puertas del cielo: una milonga fumosa può condurre parecchio lontano.
Queremos tanto a Glenda: forse troppo.
Relato con un fondo de agua: un cuscino bagnato al risveglio, non è buon segno.
La Salud de los enfermos: anche nei piani ben congegnati c’è sempre qualcosa che va storto.
Todos los fuegos el fuego: presente o passato, il fuoco brucia allo stesso modo.
Usted se tendió a su lado: un io narrante che fluttua come le onde del mare.
Vientos alisios: certi giochi non vanno proprio come previsto.

 

e due

Cinque cose che mi ha insegnato Julio (strambo tributo al più grande creatore di mondi, incubi e desideri, in forma di racconto)

La metropolitana è un labirinto e un gioco: un sorriso riflesso nel finestrino e puoi perderti per sempre. Esistono passaggi nelle Galeries di Parigi, nelle milonghe fumose, nelle telefonate disturbate, nelle lettere di Mamà; quelli che si trovano nei sogni possono essere senza ritorno. Ci sono bambini nei pomeriggi estivi che è meglio non contrariare, specie se c’è una fiera che si aggira per casa. Ah, le case: possono decidere di buttarti fuori. Le mani sono vive, conviene prestar loro attenzione, soprattutto se guantate di nero o se simpatizzano per le lame. E cautela quando indossate un maglione, specie se siete vicino a una finestra.

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Uno dei soliti elenchi delle solite cose che hai fatto durante le vacanze

la strada verso casa (cliccaci sopra per la colonna sonora)

La strada verso casa (se ci clicchi c’è anche la colonna sonora).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. So ancora fare il fuoco e un’ottima brace, anche dopo tanto tempo. 

2. Sono ancora capace di scottarmi sulle spalle con tanto di impronta di crema solare protezione 50 a forma di mano, perché sono pigra e non mi spalmo bene. Proprio come quando avevo 15 anni. 

3. Ho scoperto che c’è almeno un’altra persona che conosce e ama il bluegrass e, soprattutto, quel paio di band che credevo fossero solo “mie”: è una scoperta che mi ha un po’ destabilizzato, ma mi sto riprendendo.

4. Ho sognato quel gran figo di Dave Grohl, e ho sognato addirittura che mi invitava a uscire con lui. E le uniche cose che riuscivo a combinare, nel sogno, erano: pensare a come dirlo a Elena senza farmi uccidere; dare fuoco alla sua stramba giacca di pelo cercando di accendere una sigaretta. 

5. C’è un parente acquisito che sostiene che nella mia famiglia abbiamo una specie di gene della maldestrezza che ci porta a inciampare, sbattere a ostacoli di ogni tipo, dimenticarci cose e lasciarci sfuggire di mano qualunque oggetto, figli compresi. Io ho riso, ahahah… poi ho pensato a me, mia sorella, mio padre, mia cugina e un paio di zii, i miei 4 nipotini di ramo paterno. E niente, mi sa che ha ragione. [cfr anche punti 2 e 4]

6. Ho stappato diverse centinaia di bottiglie di vino e servito non so quante altre bevande in tre serate di sagra in cui c’erano tra gli 8 e i 10 gradi. E tutto per sostenere la Pro Loco e per meritarmi enormi arrosti di pecora a fine serata. 

7. L’arrosto di pecora è divino. 

8. Il centro dell’Aquila animato dai Buskers e da non so quante migliaia di persone che lo passeggiano e lo vivono: una cosa da vertigine. Rifacciamolo presto. 

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you’d think it’d be crazy to ask for a small part

… e infatti tutti, li vogliamo. Tutti insieme sul palco. Colorati, sorridenti, travolgenti.

Trova le differenze

Se in un giorno d’autunno di due anni fa Elena non mi avesse convinta ad andare all’Alcatraz, ieri probabilmente non sarei stata lì. Non avrei guidato per 234 + 234 chilometri, col rischio della pioggia, la mantellina e tante speranze in borsa, con la stanchezza accumulata da settimane di lavoro devastante e un trasloco in fieri, l’autostrada di notte e il rientro all’alba del giorno dopo.

E invece.

E se non fosse stato per I Cani, per i ritardi, per la mezzanotte arrivata troppo presto e la corrente che va staccata, per i tecnici che salgono sui palchi e accendono tutte le luci, se non fosse stato per la sete… saremmo rimaste lì in prima fila a goderci anche l’ultima piccola parte del concerto [ché la qualità è quella che è, ma secondo me potete immaginare cosa sia stato vederli tornare sul palco e dedicarci ancora canzoni, parole e sorrisi]
Ma, come diceva Kurt, So it goes.

Sorrido.

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Wait so long

Banjo KittenLa signora del negozio era stupita e deliziata che fosse per me, dopo tante donne che van lì a comprare solo regali per i propri uomini. Non è il mio caso.

Il ragazzo del negozio sostiene che la colpa è dei Mumford & sons. Ma non nel mio caso.

Secondo me si può partire da lontano – e alla lontana – da tutti i film western guardati da bambina per via della passione di mio padre.

Tanta parte sta nella colonna sonora di Thelma & Louise, che mi ha fatto scoprire qualcosa di nuovo che mi piaceva da impazzire, senza nemmeno rendermi conto bene di cosa fosse.

Ah, poi c’è anche la line dance, ma per quella è venuto prima Footloose.

Ci sono anni a cantare da contralto nei cori e a scoprire quanto è divertente quello che i colti chiamerebbero “armonizzare”, ma che per me è e sarà sempre “fare i coretti”).

Poi c’è stata tutta una vita di cantautori italiani e stranieri, di folk francese, musica irlandese e celtica delle Asturie. E poi, in ordine totalmente sparso, Johnny Cash e June Carter e Jolene e il blues e Eddie Vedder con l’ukulele e i PigPenTheatre. Ora che ci penso forse con loro che per la prima volta ho pensato “ma senti un po’…”

Poi

un po’ è colpa di un tizio che ascoltavo alla radio e che metteva cose che mi piacevano da matti

un po’ di un cd arrivato da Crema con il Golden Gate Bridge in copertina e musica che non avevo mai sentito. Dentro c’erano questi ragazzi con una canzone semplice e leggera, che però comincia così

un po’ è colpa loro e del titolo della canzone, che mi ha dato la sveglia.

sicuramente è colpa di internet e di quanto è facile cercare, leggere, ascoltare, scoprire, ritrovarti innamorata di qualcosa che in realtà avevi già dentro da qualche parte

Alabama Monroe, che ha insegnato a tanti la parola bluegrass, è stata infatti solo la ciliegina sulla torta. Perché probabilmente è vero che, in fondo in fondo, a volte anche mio malgrado, I got country in my genes.

Nel caso in cui non lo aveste ancora capito:  ho comprato un banjo.

*

*

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—-
La deliziosa immagine che accompagna questo post arriva da qui

senza un finale che faccia male

Afterhours - Hai paura del buio?Questo perfetto tempismo che hanno certi concerti

Che arrivano esattamente nel momento in cui la pentola a pressione comincia a mostrare segni di cedimento dalle guarnizioni

Quando stai per devastare la cucina

E invece vai all’Alcatraz e ti sudi tutte le tossine che ti avvelenano.

“cantare tutto, pure gli urli”, come dice Elena

Esplosione controllata, si chiama. Credo. Funziona.

 

 

 

 

 

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de pie, delante de vos, con una flor amarilla en la mano

Julio, enormísimo cronopioio sulla tomba di Julio ci son stata un freddo giorno di dicembre del 2004.
da sola, anche se ero in vacanza con il fidanzato del tempo, perché a lui non poteva fregargliene di meno (lo so, lo so, inconcepibile). ma anche perché io non ci volevo nessun altro.
pioveva e in effetti non c’era un’anima. quindi era perfetto.

quando l’ho vista, la lapide, ho capito che non avrebbe potuto essere in nessun altro modo.

ci ho lasciato sopra un fiore giallo, uno solo. ho fumato una sigaretta osservando i biglietti del metrò, le sigarette e i bigliettini che si scioglievano sotto la pioggia. almeno il mio fiore durerà un po’ più a lungo, ho pensato.

e mi ricordo che ho sorriso molto e mi sono un po’ commossa e mi sono sentita un po’ sciocca e se il tempo fosse stato migliore, e di più, probabilmente mi sarei trovata un angolino e sarei rimasta lì a leggere Final del Juego, in cui c’è il racconto del fiore giallo da cui l’omaggio sulla tomba* e una buona parte dei racconti che più ho amato e studiato e sofferto e tradotto e raccontato a mia volta a chiunque avesse voglia di ascoltarmi.

Questo ricordo e questo post nascono perché un certo fama mascherato da cronopio ha avuto l’adorabile idea (smentendo così che si tratti di maschera) di scrivere di Julio Cortázar durante il tempo che ci separa dal centesimo anniversario della sua nascita. Questo post nasce perché ogni volta che leggo uno dei suoi, di post, un po’ mi sorprendo e un po’ sorrido del fatto che sia così facile provare le stesse sensazioni e lo stesso affetto (poi lui lo scrive meglio, ma me ne farò una ragione) e la stessa buffa nostalgia, come per un vecchio amico che vorresti tanto rivedere – anche se non lo hai mai incontrato.

*

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[* il titolo invece no, il titolo viene da qui]

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the owls are not what they seem [cit.]

Ho sognato che il mio ufficio era diventato una specie di centro benessere futuristico, con enormi capsule trasparenti con dentro sauna, idromassaggio… computer e documenti.

In una delle capsule – che sapevo essere di una collega che non lavora più qui – c’erano un cane e un gatto che avevano strappato, mangiato e sparso in giro tutti i fogli e ci fissavano con aria di sfida.

Mentre andavamo in giro per l’ufficio in accappatoio c’era una signora che ci chiedeva di assaggiare dolci e macedonie di frutta e di darle un parere: sono più adatti da servire a colazione o come dessert?
[Uno era divino, sul serio. è commovente e inquietante che la mia mente possa produrre una sensazione di gusto così perfetta, senza che esista davvero]

C’era anche una mia amica, che non vedo da un po’ e che sta passando un periodo un po’ complicato, che doveva prendere un treno. Io la accompagnavo ma invece che in stazione finivamo in un appartamento che era il set di un video con una strana performance teatrale/musicale in cui – indovina un po’ – c’era posto per noi come comparse: io avrei dovuto stare vicino a uno specchio e pettinare qualcuno (o me stessa?).

Nel cortile dietro il set i muri di cinta erano pieni di scritte: messaggi, commenti e qualche insulto, rivolti a noi. Un po’ ci rimanevo male, un po’ mi facevano ridere. Al ritorno il mio ufficio era fatto di camere d’albergo, tutte collegate a una sala centrale in cui si servivano spritz in enormi bicchieri.

Affacciata a una finestra sul cortile (quello delle scritte) parlavo al telefono con un amico che vive in un posto parecchio lontano. Come in una perfetta conversazione in stile Lynch mi raccontava di un certo nome che stava andando di gran moda, mentre in sottofondo si sentiva una strana canzone (brutta, devo dire).

Mentre pensavo due cose insieme (“perché sto chiamando dal telefono e non via skype?” e “ma noi non abbiamo mai parlato al telefono. deve proprio essere un sogno”) è suonata la sveglia, che in questo periodo è una canzone che si chiama The Dreamer. Per dire.

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