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prepari  una sacca di libri da regalare al Bibliobus. Una volta lì decidi di prendere pure un libro in prestito. Chiedi all’impiegato dove puoi depositare i libri in regalo mentre intaschi l’altro. Sistemi con cura tutti i libri nella cassetta vicino all’uscita, saluti, corri in ufficio. Guardi in borsa per dare un’occhiatina al libro appena preso in prestito.

Realizzi che lo hai sistemato con cura nella cassetta del Bibliobus.

Imprechi.

 

Oppure quando…


sei sulla porta di casa, stai uscendo, cerchi le chiavi della bicicletta e realizzi che non sono in tasca, non sono in borsa, non sono in casa. Scendi le scale, esci dal portone e vedi la tua bicicletta saldamente legata al palo. Il mazzo di chiavi penzola sornione dalla catena più piccola e ti ammicca come a dire: finalmente sei venuta a prendermi, porca la miseria, sono DUE GIORNI che ti aspetto.

Imprechi (tra i sospiri di sollievo).

 

Per non parlare di quando…


fai un casino della madonna per scoprire in che seggio devi andare a votare per le primarie. Tiri fuori il vecchio certificato elettorale e il documento che certifica il cambio di residenza, li metti in una bella bustina per non perderli. Ti prepari: borsa, guanti, cappello e sciarpetta che sono le sette di sera e in bici fa fresco. Lasci a casa un uomo paziente che promette di piantarti chiodi sui muri e appendere quadri in tua assenza e te ne vai alla sede designata.

Cazzo quanta fila. Ti metti in coda, ti fumi una sigaretta e intanto pensi “guarda lì la gente che siamo a mezz’ora dal seggio e già si è preparata in mano il certificato… vabbè dopo la sigaretta lo faccio pure io… ecco, l’ho messo qui… o forse qui… magari in questa tasca… MAPORCOILCLERO!”

L’hai lasciato a casa.

Imprechi (mentre chiami l’uomo paziente che, da par suo, prende la macchina e ti porta il certificato giusto in tempo per il voto).

Se avessi una tenda, io ci andrei in piazza, sabato prossimo.

Se non sapessi che ci sarei soltanto io, in piazza sabato prossimo, lo farei.

Se riuscissi a credere che farlo possa contribuire in qualche modo cambiare la disperante situazione che giorno dopo giorno si dipana sotto i miei occhi impotenti, sarei lì.

Ma so che non servirebbe a nulla: niente eco mediatica, niente ritorno di attenzione. Niente, se non a dimostrare a me stessa che ci sono, che anche da lontano io “partecipo”, combatto. Ben altro ci vorrebbe… e io ci ho messo dei mesi a far pace con l’idea che non posso cambiare un bel niente. Come sapete bene, se passate di qui a leggere ogni tanto, io non ho altro che le parole.

Però mi piacerebbe tanto avere una piazza e una tenda e qualcuno seduto a terra insieme a me, a parlare. Vi direi: benvenuti, accomodatevi qui vicino a me, c’è tanto spazio. E poi vi parlerei.

Vi leggerei dei brani di quello che considero l’unico libro che valga la pena di leggere, per il momento, su quello che è accaduto il 6 aprile e sentirei cosa ne pensate.

Vi chiederei se siete mai stati all’Aquila, o se ne avevate mai sentito parlare, prima di quella notte schifosa, e ascolterei i vostri racconti.

Vi parlerei di cosa succede laggiù in questi giorni, vi chiederei di dirmi cosa sentite voi e cosa pensate, per capire se il mio dolore e la mia rabbia inestinguibile sono solo reazioni eccessive, emotive, viscerali. Domanderei a ciascuno di voi dove raccoglie le sue informazioni, quali voci vorrebbe ascoltare, come costruisce nel tempo la sua opinione in merito.

E poi, dopo avervi offerto un sorso di genziana o di Montepulciano d’Abruzzo per sopportare meglio il freddo, vi parlerei di quella città piccola e sempre uguale a se stessa, in cui sembrava che niente potesse cambiare. Vi porterei a spasso per  i vicoli e le piazze, le associazioni, i teatri, le cantine, le università: i luoghi in cui l’aquila era viva davvero, e noi con lei.

Vi reciterei i detti aquilani e vi canterei le canzoni volgari in dialetto, io che il dialetto non l’ho mai parlato. Vi dipingerei con le parole ogni luogo che non c’è più, ogni usanza, ogni tradizione, ogni cosa che rende L’Aquila ancora una città, un luogo reale, e non un cumulo di macerie in abbandono. Vi racconterei degli aquilani e della loro allegria, ma anche di quanto possono essere chiusi e testardi, di come quella mentalità borghese e provinciale ha fatto allontanare negli anni tanti di noi.

E di come, nonostante questo, tutti quelli che sono andati via guardino ancora ogni giorno l’orizzonte dalla propria finestra, cercando inutilmente il profilo familiare delle montagne di casa.

Cose buone di oggi:

  • la luce che al mattino entra dalla finestra in cucina mentre faccio colazione (ok, è cosa di tutti i giorni da quando sono nella casa nuova… ma è così bello non averci ancora fatto l’abitudine);
  • l’invito a Google Wave trovato nella posta quando ho acceso il computer: perchè avere GW è divertente, ma avere un personal web trainer che ti ci accompagna per mano a giocare è priceless;
  • la GeekGirlDinner a cui andrò stasera, in cui spero di poter ringraziare di persona Sara, Semerssuaq e lalui per i preziosi consigli su un certo acquisto;
  • è venerdì.

Le cose meno buone di oggi:

  • il lavandino della cucina che fa contatto con il bidet in bagno, con un effetto a volte ritornano che non è per niente piacevole;
  • il misterioso caso delle calze scomparse: le autoreggenti, i collant colorati, le parigine… tutta la scatola è sparita. Se è vero che “la casa nasconde ma non ruba”, come dice mia nonna, voglio sperare che si stanchi presto del gioco e me le restituisca prima che l’inverno sia finito;
  • l’e-mail dalla collega account con allegati 10 file word, 1 cartella zip e 1pdf, e il testo che dice: “vengo a trovarti e te ne parlo…” (sono soprattutto i puntini di sospensione che mi spaventano).
  • il venerdì lavorativo non è ancora finito.

Caro Internazionale,
ti scrivo come a un amico, perché è così che ti considero. In tanti anni che ti leggo non ho mai smesso di pensare a che grande idea ho avuto il giorno in cui ti ho comprato la prima volta, e venire al Festival a Ferrara per me è stato proprio come incontrare di persona qualcuno che frequenti e apprezzi da lontano (magari via social network) e scoprire quanto ti ci trovi bene, anche dal vero.

Il Festival, proprio come l’anno scorso, mi ha regalato incontri interessanti, voci amiche, nuove idee, musica e parole sante, sorrisi e mille cose da raccontare ai miei amici che hanno preferito andare alla Blogfest di Riva del Garda (un peccato questa coincidenza, davvero, se no avreste avuto ancora più gente!).
Non hai deluso le mie aspettative, insomma. E sì che sono parecchio alte, le mie aspettative.
Proprio perché sei mio amico, però, devo darti una notizia importante: è il momento di ripensare l’organizzazione del Festival.

Dopo un primo anno di “esperimento” perfettamente riuscito, un secondo anno di clamoroso successo e un terzo anno in cui hai confermato definitivamente il potere attrattivo e la qualità indiscussa dell’evento, è imprescindibile decidere che fare con la gestione degli incontri e soprattutto del pubblico che tenta (a volte) disperatamente di seguirli.

Bisogna farsi una ragione del fatto, caro Internazionale, che interessante come sei (e bravi come sono i tuoi realizzatori), non avrai mai meno pubblico di quello che hai ottenuto finora. Puoi  solo crescere. Per la mia gioia, aggiungo.
Ma è chiaro che gli spazi che utilizzi non sono sufficienti. Nemmeno il teatro comunale basta più a contenere la curiosità e la voglia di ascoltare e domandare di tutti questi giovani uomini e donne che ti seguono e che viaggiano da tutta Italia per venire a trovarti.

Chiaro, puoi consigliare – come effettivamente fai – di presentarsi con “un certo anticipo” presso le sedi degli incontri; ma ora, dopo 3 anni di esperienza diretta, sai che quel certo anticipo deve essere di ore, se si vuole avere una possibilità di accesso. Di ore. Non è più cosa da chiedere al tuo pubblico, perchè mettersi in attesa per due ore davanti a una sala significa perdere la possibilità di assistere (o almeno provarci) a qualunque altro incontro nell’arco di quella giornata.
E perchè di fronte a una tale prospettiva sempre più gente potrebbe decidere di non venire affatto perché tanto “si sa come va a finire”.

La gratuità e la libertà assoluta di partecipazione sono tra le cose che ti rendono così amato e frequentato, sicuramente. Ma quando queste si trasformano in una lotta, in ore in piedi sensa potersi spostare, quando deve addirittura intervenire la Polizia Municipale a transennare le code, per evitare blocchi del traffico e rischi alle persone, allora forse c’è qualcosa a cui ripensare.

Sicuramente il sindaco della città che ti ospita avrà capito, dopo tre anni, che anche per te il centro storico va chiuso al traffico, come accade per il Buskers Festival. L’avrà capito?
E una volta che il traffico sarà bloccato e che il centro di Ferrara sarà completamente tappezzato di tanti esseri umani che si aggirano, si incontrano e si sorridono con quel piccolo programma giallo in mano, allora forse potrai provare a tenere i tuoi incontri direttamente in strada, potrai mettere un palco e un maxi schermo in corso Martiri della Libertà e guardare con orgoglio alle migliaia di persone assiepate e felici di poter assistere, per quanto da lontano, comunque “dal vivo” a un incontro.

Dici che è complicato, che non è cosa da poco trovare gli spazi adeguati in una città così a misura d’uomo, vero? Hai ragione, lo so. Ma credo di aver ragione anche io, se ti dico che un altro festival con code di quel genere potrà sicuramente portarti molti articoli sui giornali, e tanti racconti di successo di pubblico, ma ti porterà anche la rabbia e la delusione frustrata di troppe persone.

Mi piacerebbe tanto che tu mi raccontassi come nasce l’organizzazione, quali sono i passaggi, quanti siete, come vi gestite, perché ho già visto prima eventi esplodere da 15 mila a 30 mila presenze in un batter d’occhio, e ho visto cosa significa cercare delle soluzioni efficaci senza snaturare i principi dell’evento. E mi piacerebbe confrontarmi con te.

Per il momento posso solo dirti che chi ti è amico capirà se prenderai delle decisioni che potrebbero apparire impopolari. Se cambierai qualcosa nelle modalità di partecipazione, ti prometto che non grideremo allo scandalo e al tradimento, ma ci sentiremo al contrario più accuditi e considerati.

Soprattutto se per prenderle, quelle decisioni, ti sarai confrontato proprio con chi ti segue e ti vuol vedere crescere sempre di più e sempre meglio.

Chiamaci, chiedici, coinvolgici nella conversazione: gli strumenti non mancano e la nostra voglia nemmeno. Sei tra i primi ad aver dedicato davvero attenzione al web 2.0 e ai social network: è ora di usarli.

Caro Internazionale, ora brinda e goditi i grandi risultati che hai raggiunto, te li meriti. E poi mettiti (e mettici) subito al lavoro, che non vediamo l’ora di incontrarti di nuovo per le strade di Ferrara, tra mille biciclette e almeno 40 mila programmi gialli.

La tua amica

Maura

Post scriptum: ho scoperto che  sono stata citata tra i blogger che hanno partecipato e scritto  dell’evento. La cosa mi lusinga e mi emoziona, sul serio. Ma vorrei fare una precisazione: non ho scritto questa lettera “stremata dalle lunghe file”.  Io le code (quest’anno) non le ho fatte, grazie al pass stampa. La veemenza delle mie parole non è dovuta alla fatica che ho fatto per seguire gli incontri, ma dalla voglia di avere, domani, un festival in cui non sia imprescindibile un pass, per poterselo godere.

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