Wait so long

Banjo KittenLa signora del negozio era stupita e deliziata che fosse per me, dopo tante donne che van lì a comprare solo regali per i propri uomini. Non è il mio caso.

Il ragazzo del negozio sostiene che la colpa è dei Mumford & sons. Ma non nel mio caso.

Secondo me si può partire da lontano - e alla lontana - da tutti i film western guardati da bambina per via della passione di mio padre.

Tanta parte sta nella colonna sonora di Thelma & Louise, che mi ha fatto scoprire qualcosa di nuovo che mi piaceva da impazzire, senza nemmeno rendermi conto bene di cosa fosse.

Ah, poi c’è anche la line dance, ma per quella è venuto prima Footloose.

Ci sono anni a cantare da contralto nei cori e a scoprire quanto è divertente quello che i colti chiamerebbero “armonizzare”, ma che per me è e sarà sempre “fare i coretti”).

Poi c’è stata tutta una vita di cantautori italiani e stranieri, di folk francese, musica irlandese e celtica delle Asturie. E poi, in ordine totalmente sparso, Johnny Cash e June Carter e Jolene e il blues e Eddie Vedder con l’ukulele e i PigPenTheatre. Ora che ci penso forse con loro che per la prima volta ho pensato “ma senti un po’…”

Poi

un po’ è colpa di un tizio che ascoltavo alla radio e che metteva cose che mi piacevano da matti

un po’ di un cd arrivato da Crema con il Golden Gate Bridge in copertina e musica che non avevo mai sentito. Dentro c’erano questi ragazzi con una canzone semplice e leggera, che però comincia così

un po’ è colpa loro e del titolo della canzone, che mi ha dato la sveglia.

sicuramente è colpa di internet e di quanto è facile cercare, leggere, ascoltare, scoprire, ritrovarti innamorata di qualcosa che in realtà avevi già dentro da qualche parte

Alabama Monroe, che ha insegnato a tanti la parola bluegrass, è stata infatti solo la ciliegina sulla torta. Perché probabilmente è vero che, in fondo in fondo, a volte anche mio malgrado, I got country in my genes.

Nel caso in cui non lo aveste ancora capito:  ho comprato un banjo.

*

*

*

—-
La deliziosa immagine che accompagna questo post arriva da qui

senza un finale che faccia male

Afterhours - Hai paura del buio?Questo perfetto tempismo che hanno certi concerti

Che arrivano esattamente nel momento in cui la pentola a pressione comincia a mostrare segni di cedimento dalle guarnizioni

Quando stai per devastare la cucina

E invece vai all’Alcatraz e ti sudi tutte le tossine che ti avvelenano.

“cantare tutto, pure gli urli”, come dice Elena

Esplosione controllata, si chiama. Credo. Funziona.

 

 

 

 

 

Contrassegnato da tag

de pie, delante de vos, con una flor amarilla en la mano

Julio, enormísimo cronopioio sulla tomba di Julio ci son stata un freddo giorno di dicembre del 2004.
da sola, anche se ero in vacanza con il fidanzato del tempo, perché a lui non poteva fregargliene di meno (lo so, lo so, inconcepibile). ma anche perché io non ci volevo nessun altro.
pioveva e in effetti non c’era un’anima. quindi era perfetto.

quando l’ho vista, la lapide, ho capito che non avrebbe potuto essere in nessun altro modo.

ci ho lasciato sopra un fiore giallo, uno solo. ho fumato una sigaretta osservando i biglietti del metrò, le sigarette e i bigliettini che si scioglievano sotto la pioggia. almeno il mio fiore durerà un po’ più a lungo, ho pensato.

e mi ricordo che ho sorriso molto e mi sono un po’ commossa e mi sono sentita un po’ sciocca e se il tempo fosse stato migliore, e di più, probabilmente mi sarei trovata un angolino e sarei rimasta lì a leggere Final del Juego, in cui c’è il racconto del fiore giallo da cui l’omaggio sulla tomba* e una buona parte dei racconti che più ho amato e studiato e sofferto e tradotto e raccontato a mia volta a chiunque avesse voglia di ascoltarmi.

Questo ricordo e questo post nascono perché un certo fama mascherato da cronopio ha avuto l’adorabile idea (smentendo così che si tratti di maschera) di scrivere di Julio Cortázar durante il tempo che ci separa dal centesimo anniversario della sua nascita. Questo post nasce perché ogni volta che leggo uno dei suoi, di post, un po’ mi sorprendo e un po’ sorrido del fatto che sia così facile provare le stesse sensazioni e lo stesso affetto (poi lui lo scrive meglio, ma me ne farò una ragione) e la stessa buffa nostalgia, come per un vecchio amico che vorresti tanto rivedere – anche se non lo hai mai incontrato.

*

*
[* il titolo invece no, il titolo viene da qui]

Contrassegnato da tag , , ,

the owls are not what they seem [cit.]

Ho sognato che il mio ufficio era diventato una specie di centro benessere futuristico, con enormi capsule trasparenti con dentro sauna, idromassaggio… computer e documenti.

In una delle capsule – che sapevo essere di una collega che non lavora più qui – c’erano un cane e un gatto che avevano strappato, mangiato e sparso in giro tutti i fogli e ci fissavano con aria di sfida.

Mentre andavamo in giro per l’ufficio in accappatoio c’era una signora che ci chiedeva di assaggiare dolci e macedonie di frutta e di darle un parere: sono più adatti da servire a colazione o come dessert?
[Uno era divino, sul serio. è commovente e inquietante che la mia mente possa produrre una sensazione di gusto così perfetta, senza che esista davvero]

C’era anche una mia amica, che non vedo da un po’ e che sta passando un periodo un po’ complicato, che doveva prendere un treno. Io la accompagnavo ma invece che in stazione finivamo in un appartamento che era il set di un video con una strana performance teatrale/musicale in cui – indovina un po’ – c’era posto per noi come comparse: io avrei dovuto stare vicino a uno specchio e pettinare qualcuno (o me stessa?).

Nel cortile dietro il set i muri di cinta erano pieni di scritte: messaggi, commenti e qualche insulto, rivolti a noi. Un po’ ci rimanevo male, un po’ mi facevano ridere. Al ritorno il mio ufficio era fatto di camere d’albergo, tutte collegate a una sala centrale in cui si servivano spritz in enormi bicchieri.

Affacciata a una finestra sul cortile (quello delle scritte) parlavo al telefono con un amico che vive in un posto parecchio lontano. Come in una perfetta conversazione in stile Lynch mi raccontava di un certo nome che stava andando di gran moda, mentre in sottofondo si sentiva una strana canzone (brutta, devo dire).

Mentre pensavo due cose insieme (“perché sto chiamando dal telefono e non via skype?” e “ma noi non abbiamo mai parlato al telefono. deve proprio essere un sogno”) è suonata la sveglia, che in questo periodo è una canzone che si chiama The Dreamer. Per dire.

Contrassegnato da tag ,

happiness is my default position (cit.)

succede che le cose che ti accadono a volte sono più belle di quelle che desideri. Mica tutte, certo. Ma alcune sì. O forse è anche come le sai guardare.

Da quando ho scritto questo post, ad esempio: 

ho due paia di guanti in più. No, non sono di pelle e non sono arancioni, ma sono stati regalati in modo semplice e spontaneo da persone a cui tengo e, quindi, sono esattamente quelli che volevo.

l’appuntamento al buio non è stato letterale e sono stata ben contenta di avere il mio paio di occhi in attività. E comunque all’Istituto dei Ciechi ho intenzione di andarci molto presto, in ottima compagnia.

la pianta non ce l’ho ancora, nonostante ogni mattina passi davanti a un fioraio e ci faccia un pensiero. Ma adesso sapete che c’è? C’è che con l’anno nuovo ho anche un terrazzo che mi impone di provarci come non ho mai fatto prima.

la giornata sulla neve non l’ho avuta. Ma ne ho avute ben due con vista sulle montagne innevate, con passeggiate tra gli alberi e sorrisi lungolago. E anche se mi manca affondare le mani nella neve sono parecchio contenta comunque.

il motivatore è arrivato: si chiama “sguardo di orrore alla bilancia dopo le feste di natale”.

ho in tasca il volantino di una giovane giapponese che impartisce lezioni, nel tempo libero che le rimane dal lavoro di sous-chef in un ristorante vegetariano che, inopinatamente, mi ritrovo ad adorare.

E insomma, non è mica poi così male.

Buon 2014.

piccola playlist di pronto intervento [o di musica e uomini che mi mettono il sorriso addosso]

I capelli rossi di Ryan Melia che gioca con le Misheard lyrics

*
La voce di Joey Burns che canta Black Heart accompagnato dalla Radio Symphonieorchester di Vienna. [e le parole con cui la introduce].

*
La calma olimpica di Seth [ops!] Scott Avett, che va avanti inesorabile a suonare Just a closer walk (with thee) nonostante le proteste della figlia.

*
Lo sguardo di Nick Cave, quello che ti pianta negli occhi – sì, proprio a te – mentre canta (se poi cantare è la parola giusta) From Her to Eternity, come se fosse una strana sorta di rituale collettivo. [sì, sono rimasta parecchio coinvolta da questo ultimo live, lo confesso].

*
Il sorriso di Glen Hansard mentre grida “put your phones away!” circondato dal pubblico del Carroponte. E Say it to me now. E i capelli rossi. E la chitarra scorticata…

*
E naturalmente David Tennant e la sua faccia da ragazzino soddisfatto mentre canta I’m Gonna Be (500 Miles) con il cast di Doctor Who [e con The Proclaimers. Ditemi voi se non è a d o r a b i l e. Io lo adoro. Letteralmente]

*
*
*
*

[Va bene. Va bene. Prima che lo diciate voi. "il sorriso addosso" è un eufemismo]

Contrassegnato da tag , , , , , ,

“There is no right time, so go”. Strambo appello musicale per le primarie PD (anche detto #civoti)

“There’s a great saying in America: ‘Dance with who brung ya.’ To me it means stick with who got you where you are. This song is about the realization that now is the time. Gone are the days of wandering around waiting for that right time. There is no right time, so go – ya got nothing to lose but your head.”

Gli Augustines mi piacciono molto. Da un po’ aspettavo l’uscita di un nuovo singolo prima dell’album, previsto per il 2014. E oggi è uscito, e si può ascoltare qui (o qua sotto).

Ed è accompagnato da quelle parole che sono lì sopra e niente, si parla di persone, di strada fatta insieme. Vedete, io negli ultimi mesi ho passato un po’ di tempo insieme a delle persone che non conoscevo affatto, e che per molti versi non conosco nemmeno ora, ma di cui so abbastanza da poter dire che mi fanno sentire come se avessi trovato una casa. 

Quella casa è un modo di fare politica che nasce dalle idee – da idee di sinistra – e che si nutre del confronto e del contributo di tutti quelli che hanno forza, parole, volontà. Che si basa sull’idea che per ottenere un cambiamento bisogna costruirlo, pezzo dopo pezzo, anche se questo significa dover restare nelle retrovie per un po’ di tempo. Magari per tanto.

Perché importante è il risultato, certo, ma ancora più importante è come ci arrivi, che fondamenta gli hai costruito, con chi lo hai messo in piedi. Quella casa a me mancava da tanto tempo, me ne sono resa conto solo quando ci sono entrata.

and now is the time. Ho letto quelle parole lì sopra e mi sono sembrate perfette per il momento in cui ci troviamo. Domenica si vota per le primarie del PD e io vorrei che ci andaste. In tanti. Io sosterrò Pippo Civati perché sono sicura che se mai c’è stato un progetto politico capace di rispecchiarmi, tanto nel metodo quanto nel contenuto, è il suo.

Perché in lui, nel suo programma e nelle persone che ho incontrato e che sono al suo fianco, trovo competenza, ironia, molta consapevolezza, coerenza. Soprattutto coerenza.

Perché nella sua mozione ci sono scritte delle parole di cui l’Italia ha bisogno come una pianta secca nel deserto: “introdurre in Italia il matrimonio egualitario per coppie omo- ed eterosessuali, l’adozione per i single e per le coppie gay”.

Perché mi sono stancata di aspettare il momento giusto e l’occasione perfetta e il fantomatico “nuovo partito” che dovrebbe riuscire finalmente a esprimere quello di cui abbiamo bisogno. Non ci sarà mai l’occasione perfetta, non ci sarà mai il partito perfetto. Ma questo non significa che non possiamo provare ad avvicinarci. Pezzo dopo pezzo, persona dopo persona, cambiamento dopo cambiamento.

Se per caso ho smosso qualcosa, se ora vi state chiedendo sarò in tempo per votare?, se siete fuori sede, fuori dall’Italia, fuori dalla grazia di dio ma con un po’ di voglia di cambiare… Ebbene sì, siete in tempo [ma non moltissimo, correte!], si può fare ed è tutto molto semplice: dovete solo leggere qui, spolverare la tessera elettorale, uscire di casa questa domenica e provarci.

Contrassegnato da tag , , , ,
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 610 follower