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Perché vado a Words World Web (e dovreste farlo anche voi)

La locandina di Words World WebMancano pochi giorni all’inizio di Words World Web.

Venerdì 28 maggio, alla partenza di Terrafutura, si inaugura anche questa sfiziosa tre giorni di incontri sulla comunicazione e sulla sostenibilità. Il programma è ricco e per niente banale (lo trovate in fondo). Il direttore scientifico è Luca Conti, uno che ha parecchio da dire sul tema. Stessa cosa dicasi per i vari relatori che interverranno nelle tre giornate.

E non è che sto qui a decantare Words World Web perché da sabato sarò lì a seguire l’evento in veste di reporter. Sì, certo, anche per quello…

Ma no, ne parlo perché per forse per la prima volta in questo settore mi capita di imbattermi in qualcosa di veramente nuovo, studiato con cura, sfizioso, appunto.

Io lo conosco bene l’universo del “un mondo migliore è possibile” e premetto subito che non ne parlo assolutamente in modo ironico o negativo. Ci sono cresciuta dentro, ho imparato tanto, mi ci sono confrontata, ci ho litigato e poi sono tornata. E continuo a esserci parecchio affezionata, come a una persona cara che certe volte si perde in un bicchier d’acqua e ti dà tanto (ma tanto) sui nervi.

Le buone intenzioni, le competenze e i preziosi ideali che caratterizzano tante persone e tante iniziative di questo universo si perdono spesso in un mare di parole pronunciate senza consapevolezza, di preconcetti e autoconvinzioni, di barriere mentali prima ancora che reali.

La comunicazione è una di queste. E dire che saper conversare dovrebbe essere  innato come respirare, per chi fa dell’attenzione sociale e della solidarietà la propria bandiera.

E invece no. C’è chi è diffidente e preferisce l’arretratezza, confondendola con la tanto sbandierata “sobrietà”. C’è chi è convinto di non aver bisogno di confrontarsi, perché gli ideali non si discutono. C’è chi pensa sia meglio gridare più forte degli altri, e tanto basta. E chi ama talmente la sua immagine riflessa nello specchio dei media che non si ferma nemmeno a pensare a cosa dire. Moltissimi altri, animati dalle migliori intenzioni, semplicemente non sanno proprio come comunicare in modo efficace.

E quello che dovrebbe essere il mezzo più facile, diretto e democratico per farlo –  internet – ancora viene usato poco e male, si continua a parlarne in modo impreciso, con un misto di diffidenza e arroganza. Oppure, succede anche questo, continuiamo a discuterne, sì, ma senza “farlo”.

È per questo che Words World Web mi piace tanto. Perché per una volta non si andrà per compartimenti stagni: di qua la sostenibiiltà e i progetti, di là il web e la comunicazione. Questa volta i contenuti e gli strumenti vanno a braccetto, le buone esperienze ce le racconta chi le ha fatte davvero, non chi le teorizza. Basta con i convegni imbalsamati in cui ci si picca di parlare di innovazione e comunicazione senza nemmeno un laptop sul tavolo. Basta con le teorie e le belle parole lontane anni luce dalla concretezza del mondo reale, un mondo di cui internet è decisamente e  irrevocabilmente parte integrante.

Ecco, è questo per me il motivo più importante per cui dovreste passare da lì questo fine settimana.

E se non potete… bè, c’è sempre la vostra social media reporter a seguirlo per voi.

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tre mesi dopo

Dal 6 aprile a questa parte le poche cose che ho scritto qui riguardano quasi esclusivamente L’Aquila.

Mi piacerebbe riuscire a guardare oltre, ma non è facile. Tenere alta l’attenzione è tutto quello che posso e cerco di fare, da allora.

A tre mesi di distanza la televisione e i giornali lasciano slittare sempre più in fondo le notizie che riguardano L’Aquila e provincia. Se non fosse per il G8 sarebbe scomparsa del tutto.

Ma non tutto tace. Tempo fa ho riflettuto su quanto facebook, oltre ogni mia aspettativa, fosse stato importante per me e per tantissime altre persone lontane dall’Aquila al momento della tragedia.

Ora lo ribadisco: le informazioni e gli aggiornamenti, i racconti, le sensazioni, le proteste e i problemi più sentiti dalle persone, le manifestazioni, le iniziative, i progetti in corso… tutto questo ho potuto riceverlo, condividerlo e diffonderlo grazie a facebook, ai tantissimi blog, alle room su friendfeed, eccetera.

Ci sono Massimo, Miss Kappa, Sara, Marta e Monique e tantissimi altri. Ci sono i blog delle facoltà dell’università dell’Aquila. Ci sono gli architetti e ingegneri di Collettivo 99, i ricercatori di Ideas for L’Aquila, gli Artisti Aquilani, i ragazzi di Epicentro Solidale e la Campagna 100×100. E c’è la rete 3.32, che coordina tutti i comitati delle tendopoli. Nel loro sito c’è una bella lista di link.

E poi c’è friendfeed con Solidarietà all’Abruzzo e non so quanti thread di discussione, e c’è facebook con il Il Paese è reale – L’Aquila, tanto per dirne uno.

Certo tutto questo non basta affatto, visto che la maggior parte degli italiani si beve quotidianamente le stronzate dei tg e dei quotidiani e si convince giorno dopo giorno che la situazione sia sotto controllo, in via  di soluzione, tutto a posto ci pensa papi. E L’Aquila scompare di nuovo.

Ma se una volta ogni tanto dalla rete qualcosa riesce a crescere e a risuonare tanto da essere notata e ripresa dalle tv (è successo pochi giorni fa con il progetto OUT su RaiNews24) forse c’è la possibilità che anche nei cervelli appisolati possano rimettersi in moto quegli aggeggi polverosi e obsoleti che si chiamano spirito critico e coscienza civile.

Era da un po’ che volevo raccogliere tutte insieme le mie preziose “fonti”. Lo faccio ora perché è il mio modo (uno dei modi) per ricordare la notte che tre mesi fa ha distrutto la mia città. Ognuna delle persone che ho citato condivide con me il dolore, l’impegno, la rabbia e la voglia di ricominciare.

E anche perché giorni fa ho letto un post in cui l’autore si chiede retoricamente (ma giustamente) che fine ha fatto L’Aquila nel panorama dell’informazione. Ecco dov’è L’Aquila, proprio qui nella rete. :)

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…aveva indosso una maglietta con su scritto “non mi fate incazzare”

Stamattina una collega è piombata nel mio ufficio e ha sbattuto sulla scrivania la stampa di una mail, accompagnando il gesto drammatico con un “ecco, credo siano cose che voi dovreste sapere”. Quando ho letto nell’oggetto ATTENZIONE FATE GIRARE  l’unica cosa che sapevo è che stavo per incazzarmi.

La mail “faceva girare” questo testo. Io non conosco l’autrice del post né il tenutario del blog, quindi non posso giudicarne l’attività o le competenze. Però si dà il caso che conosca bene una delle realtà di cui il testo parla, insinuando dubbi su segreti di stato e pericoli nascosti nel sottosuolo, e per la precisione nei Laboratori di Fisica Nucleare del Gran Sasso.

Oltre ad essere aquilana, infatti, ho la fortuna di avere una sorella che è un’ottima ricercatrice in fisica delle particelle, e che lavora proprio per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, cui i Laboratori appartengono.

Due cose mi hanno turbata, in particolare, di questo post.

Una è la palese inesattezza di una serie di affermazioni riguardo alla posizione e alle attività dei Laboratori, e alla presunta “messa sotto silenzio” delle sue condizioni post-sisma.

L’altra è l’incredibile diffusione che il post ha avuto, rimbalzando tra blog e mailing list ormai da un mese (l’ho ricevuto solo oggi e me ne dispiace).

Io sono un po’ stanca gente che rilancia e offre visibilità a “informazioni sensazionali” e “scandali” di ogni genere sul terremoto dell’Aquila senza pensare a quello che fa. Anzi, mi sono proprio scassata il cazzo.

Per la cronaca, tra i numerosi commenti al post di Solange Manfredi ci sono molte obiezioni ben argomentate, a dimostrazione che gli abbocconi sono tanti, ma non tutti. Però il problema è che la gente rilancia il post, non i commenti.

E quindi qui ci sono alcune considerazioni che sono mie ma, soprattutto, di mia sorella Claudia, la ricercatrice. Che adesso è ancora più incazzata di me.

1) A proposito dell’occultamento di notizie.

Proprio nella homepage dei Laboratori, citata dall’autrice stessa, c’è un link ad un comunicato che informa sulle condizioni delle strutture e dei dipendenti. Il comunicato è senza dubbio scarno, ma non parlerei proprio di  segreto di stato e  occultamento volontario.

2)Cos’è successo a 1400 metri di profondità”?

Se lo chiede la Manfredi. Peccato che i Laboratori non si trovino affatto a 1400 metri sotto terra. In realtà le gallerie che li ospitano si trovano allo stesso livello del tunnel autostradale del Gran Sasso. Sono i 1400 metri di montagna a stare sopra i laboratori, non questi a stare sottoterra.

3) La fisica nucleare, questa sconosciuta

In cosa consistano questi esperimenti è facile immaginarlo, trattandosi di Fisica Nucleare“, scrive l’autrice. O forse no. In realtà Fisica Nucleare non significa altro che fisica del nucleo atomico (per distinguerla da altre branche della fisica che si occupano dell’atomo o della materia) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (a cui i Laboratori appartengono) è un ente pubblico di ricerca che non ha nessun legame con la produzione di energia nucleare, come si evince dal suo sito web.
I Laboratori del Gran Sasso poi sono dedicati solo allo studio della Fisica AstroParticellare ovvero la fisica di particelle come i neutrini o le particelle di materia oscura, che arrivano a noi dal Cosmo portando importanti informazioni su di esso.
Insomma, i Laboratori non fabbricano bombe e non scindono l’atomo, o altre cose alle quali probabilmente l’immaginario collettivo associa la parola “nucleare”.

4) Una considerazione generale

L’autrice dell’articolo porta a suffragio della tesi del complotto il fatto che i Laboratori e le loro condizioni dopo il terremoto non sono stati ampiamente portati all’attenzione dall’opinione pubblica. Ebbene, non solo questo non risponde del tutto a verità ma suona come una beffa per le persone che lavorano e hanno a cuore i Laboratori.
Questi si vedono costantemente ignorati dall’opinione pubblica (quante persone sanno in realtà cosa sono e cosa si fa in questi Laboratori?) quando dovrebbero invece costituire motivo di vanto e orgoglio per l’Italia. Tutta l’attenzione che ricevono è legata a sterili polemiche sulle presunte attività segrete e ovviamente pericolose che vi si svolgono (chiaramente dovute alla sfortunatissima accoppiata fisica+nucleare+sotterranei).
Il motivo per cui le condizioni dei Laboratori dopo il terremoto non sono state abbastanza trattate dall’opinione pubblica è, triste ma vero, che l’opinione pubblica non sa nemmeno cosa siano i Laboratori e sfortunatamente non nutre per loro il minimo interesse.

[queste ultime parole sono il puro sfogo della ricercatrice precaria e incazzata che è mia sorella, di cui vado fiera. NdR].

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prenda il numeretto (o dell’apertura della stagione di caccia)

Sono giorni, che dico, sono settimane intere che cerco di mettere ordine nella mia testa. Ho talmente tante cose da scrivere, da dire, da chiedere, che cominciare a parlare solo di una significa automaticamente privare di importanza tutte le altre.

Forse è così che ci si blocca, nella scrittura e nella vita, in generale. Quando non sai mettere in riga i tuoi pensieri e decidere da dove cominciare.

Quindi comincerò da qualcosa che non c’entra praticamente niente con i miliardi di idee che vorticano nel mio cranio con il bigliettino della coda in mano. O forse c’entra, ma ancora non lo so.

Voglio andare a Torino per il Lit Camp.

Non solo perché mi sta a cuore l’argomento. Non solo perché amo la città di Torino.

Ma anche perché sto cercando di mettere insieme una serie di idee che hanno a che fare con una certa città, tanti libri, un’università da rimettere in piedi, un buon numero di computer e un numero ancora maggiore di programmi e progetti da realizzare. E per farlo ho bisogno di teste funzionanti che, molto più di me, sappiano davvero di cosa si parla quando si parla di internet, di camp, di social network e – magari – anche di e-learning.

Diciamo che sto mettendo in piedi una specie di battuta di caccia. Vado a caccia di cervelli, di idee, di competenze, di suggerimenti e anche di correzioni di tiro, se le mie fantasie non hanno i piedi per reggersi. Devo imparare tante cose, prima di poter dire che ho un vero progetto, quindi prima comincio, meglio è.

 
 
 
 
Oggi è un mese dal terremoto che ha distrutto la mia città.

Se solo riuscissi a scrivere qualcosa che abbia un senso, a questo proposito, lo farei. Ma non sono capace. Invece c’è qualcuno che ha la strana abitudine di scrivere i miei pensieri molto meglio di me, anche se non mi conosce affatto. Quindi per oggi prenderò a prestito le sue, di parole. (e grazie)

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vuoi essere mio amico?

«A un certo punto il falso Bersani ci ha chiesto di entrare tra i suoi amici su Facebook. Quando ho visto il ministro, gli ho chiesto: Ma che fai, mi chiedi l’amicizia su Facebook?».

Io non so se questa cosa che lo staff di Bersani non si è accorto che ci fosse un fake su FB finché quello non è andato a fargli “toc toc” non so se mi fa più ridere o piangere.

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Internazionale a Ferrara – Le cronache, cap.2

Del giornalismo e dei fumetti

C’è chi guarda il mondo e ha il dono di saperlo raccontare, di creare significati e allacciare fili nella nostra mente. Lo fanno i giornalisti. Quelli bravi. Ma lo fanno anche gli artisti: in questo caso i fumettisti e disegnatori. Quelli bravi.

E io ne ho “beccati” un paio (per categoria) che mi sono proprio piaciuti. Un totale di quattro uomini intelligenti, brillanti, disponibili e – almeno in un caso – pure tremendamente affascinanti. Ditemi se è poco. Evviva Internazionale a Ferrara.
Siccome sono stata già abbastanza prolissa nel parlare di quattro splendide donne (con uomo “al seguito”) nel post precedente, questa volta dedico una scheda ad ognuno: sono David Randall, Gipi, Leo Hickman, Neil Swaab. Uno al giorno.

Scegliete chi vi ispira di più. Intanto io comincio con

David Randall
Data e luogo: 4 ottobre, ore 11 – Sala Estense
Titolo e argomento: Il futuro del giornalismo nell’era di internet. Con la partecipazione del direttore di Internazionale, Giovanni De Mauro.
Tempo di attesa per entrare: niente. Come avrei scoperto solo dopo pranzo, si è trattato di una clamorosa eccezione alla norma, complice il fatto che al sabato mattina tanti ancora non fossero arrivati.
In compagnia di: Betta e Marco. Un’amica di vecchia data – a dire il vero entrambe abbiamo realizzato con stupore di conoscerci “appena” da due anni…e ci sembrava molto di più – e un amico nuovo di zecca, incontrato proprio lì, sul momento.
Il bello: il numero impressionante di giovani che affollavano la sala. L’importanza di saper comunicare attraverso internet, trasmettere la propria voce senza cedere al protagonismo a tutti i costi: “Se tutti sono occupati a gridare il proprio nome, nessuno riesce ad ascoltare quello degli altri”. Il compito più difficile per un giornalista: “essere onesto con i tuoi lettori sulle cose che NON sai”. Giovanni De Mauro che racconta come sono passati dai fax, spediti da “cacciatori di notizie” in tutto il mondo, all’accesso totale alle informazioni grazie a internet.
Il brutto: una certa difficoltà ad affrontare il tema dell’indipendenza dei mezzi di informazione. Non accetto che un giornalista con trent’anni di esperienza ale spalle possa affermare che i giornalisti non subiscono ingerenze da parte degli inserzionisti pubblicitari e delle aziende. Forse in Inghilterra c’è maggior indipendenza ,ma una cosa simile detta in Italia sa tanto di beffa.
Cosa porto a casa: La speranza di poter anche io dichiarare un giorno, con la stessa gioia e sicurezza: Mi tuffo nelle cose, perché sono curioso. E mi pagano per questo. (I’m involved in, because i’m nosy. And I’m payed for it)

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vorrei un corso accelerato di

“comesifaapubblicarelefoto,inserireibadgedaAnobii,riordinarelecategoriedilink,fare

tuttoquellochevorreimanonriesco,eccetera”

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