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Mi si nota di più se faccio un post subito dopo la Blogfest o se aspetto tre giorni e… ?

Sono talmente tante le persone che avrei voluto incontrare dal vivo e che invece ho mancato che mi chiedo cosa diavolo io abbia fatto in quei due giorni. D’altra parte il numero di persone che invece ho visto, salutato, abbracciato, conosciuto è talmente alto che non mi resta che domandarmi: ma quanti accidenti eravamo a questa Blogfest?

Non importa quante persone già conosci: se vieni con delle amiche, di vecchia data nuove che siano, tutto diventa più facile, più divertente, più festa.

Camminare sui tacchi per me è sempre stato una cosa “da matrimonio”, un esercizio riservato alle grandi occasioni e vissuto con sofferenza e un po’ di imbarazzo. La bionda Spora e il suo 12Camp hanno cambiato tutto. Ora che ho sfilato davanti alla giuria senza cappottarmi a terra e ho ricevuto anche un voto onorevole, mi sento un’altra. Ci siamo divertite, con ironia e puro gusto di condividere un gioco e una passione: è così che l’ho vissuta io, e mi è piaciuto un sacco.

La premiazione degli MBA è una cosa di una lunghezza devastante. Se fossimo stati al chiuso avrei potuto fare un sonnellino tra una premiazione e un’impacciata consegna di bottiglie. Invece eravamo all’aperto e faceva un freddo tale che a un certo punto anche lo schermo ha cercato di andar via. Se durasse almeno un’oretta in meno sarebbe perfetto, perché la cerimonia in sé è carina: le premiazioni, i sorrisi, gli applausi della gente, l’atmosfera di amicizia diffusa. Qualcosa a cui fa piacere partecipare. Magari con una coperta termica.

La cioccolata di Molengai è una cosa che ti fa dimenticare chi sei e come ti chiami, ma non il perché sei su questa terra: mangiare la cioccolata a cucchiaiate o con le dita in bocca, appunto.

Il FoodCamp e l’Aperitivo Terrone li ho persi e mi dispiace un sacco. Il primo perché siamo arrivate troppo tardi e il secondo perché non avevo portato niente per contribuire e non ho osato scroccare. A parte la cioccolata di Molengai. Ma quella non fa testo.

Azael è un poeta e io non lo sapevo. Adesso che lo so, lo seguo: perché “Citofonare e scappare” mi ha fatto venire i lucciconi di commozione e divertimento.

Dallo SwapCamp sono tornata con un delizioso paio di scarpine Camper tutte colorate, che però fanno un male boia sul tendine dietro. In attesa di trovare il modo di ammorbidirle, a chi devo dare la colpa?

Il Write camp mi ha insegnato due cose: la prima è che sono una lettrice “vecchia”. Mi piace che il libro cominci e finisca, che abbia sempre un autore e che costui, compatibilmente con l’età e i casi della vita, non debba morire troppo presto perché voglio che continui a farmi felice*. La seconda è che gli e-book si fanno particolarmente bene su Friendfeed. E che a me piacerebbe tanto farne parte, prima o poi.

Ah, ultima cosa. La Blogfest fa bene ai capelli: dopo il massaggio Kerastase le mie doppie punte sono scomparse!

***

* sono “vecchia” ma sempre curiosa, quindi la verità è che il discorso che ha fatto Mafe mi ha riempita di pensieri positivi e mi ha lasciata tutta ilusionada, nell’accezione spagnola del termine (la 3°, nello specifico).

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que tu tampoco te hayas salvado

Mario Benedetti è morto.

Io lo scopro solo ora, dopo due giorni, perché arrivo sempre in ritardo. E adesso non trovo le parole per spiegare quanto alcune delle sue opere hanno significato per la mia piccola vita.

Posso solo dire che è per colpa sua (e di una sua poesia) se ho osato, tanto tempo fa, calcare le assi di un palcoscenico riuscendo perfino a sentirmi vera. Per colpa sua se mi sono innamorata di una persona che in un colpo solo mi ha spezzato il cuore e mi ha regalato la più speciale delle amicizie. Per colpa sua se ho scoperto uno dei pochi veri manifesti della mia esistenza, di quelli che diventano sul serio parte integrante del tuo vivere.

E se da allora mi ostino, sempre, giorno dopo giorno, a cercare di non salvarmi.

No te salves
No te quedes inmóvil al borde del camino
No congeles el júbilo
No quieras con desgana
No te salves ahora ni nunca
No te salves
No te reserves del mundo sólo un rincón tranquilo
No dejes caer los parpados pesados cómo juícios
No te quedes sin labios
No te juzgues sin tiempo
No te pienses sin sangre
No te duermas sin sueño
Pero
Si pese a todo
No puedes evitarlo
Y congelas el jubilo
Y quieres con desgana
Y te salvas
Y te reservas del mundo sólo un rincón tranquilo
Y dejas caer los parpados pesados cómo juícios
Y te secas sin labios
Y te juzgas sin tiempo
Y te piensas sin sangre
Y te duermes sin sueño
Y te quedas inmóvil al borde del camino
Y te salvas
Entonces
No te quedes conmigo

Qui c’è una bella traduzione, migliore della mia

Qui c’è la sua voce, se vuoi ascoltarla

Gracias Mario, que tu tampoco te hayas salvado

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Miniere

Ho scoperto da poco Audiodoc.

L’ho studiato, l’ho apprezzato, l’ho inserito nel mio reader. Ma solo oggi sono riuscita a infilare le cuffie e ascoltare davvero qualcosa, l’ultimo audiodocumento inserito.

Si chiama Miniere, racconta l’occupazione della miniera di Montevecchio (1961) attraverso le voci delle donne  – mogli, madri, sorelle – che dalla superficie seguirono e sostennero gli operai durante 17 giorni di asserragliamento.

Sono voci antiche, cadenzate, tremanti per l’età e per la commozione, ma che non hanno perso la determinazione. Raccontano di cestini di pane con biglietti nascosti, di carabinieri davanti agli ingressi, di ansia e paure, di campane a festa nel giorno di pasqua, per una “resurrezione” molto più terrena, molto più importante.

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voleva essere una recensione (e pure doppia)

There must have been a time, in the beginning, when we could have said  – no. But somehow we missed it

Rosencrantz and Guildenstern are dead – Tom Stoppard

C’è sempre un momento, nella vita di ognuno, in cui un sì o un no, una scelta fatta o mancata, possono condizionare l’intera esistenza.

Non so a voi, ma a me basta scavare un po’ per trovare dei momenti precisi, degli episodi da cui derivano tante delle direzioni che ho preso,  le paure, gli ideali, i desideri che hanno dato forma al mio essere.

Ora, ad esempio, ne vedo chiaramente almeno un paio. In uno ci sono due bambine e un divano, nell’altro una cena improbabile e un uomo dal pessimo tempismo. Le conseguenze hanno a che fare con un certo senso di colpa tenace e rampicante, e con un totale ribaltamento di prospettive “sentimentali” che ancora mi porto dietro.

Ultimamente due splendide letture mi hanno stimolato questi profondi pensieri sulla vita. Quindi date pure la colpa ai loro autori: si chiamano Ian McEwan e Gianni Gipi Pacinotti.

Chesil beach è un racconto lungo una notte e profondo una vita: Inghilterra anni ’60, tremori e pudori, ansie di scoperta e rigide convenzioni, musica classica e case di campagna. E due persone che si sfasciano tra le lenzuola della prima notte di nozze.

LMVDM è un romanzo a fumetti che il pudore non sa nemmeno dove sta di casa: traumi e malattie, piselli e adolescenza, campi di maria ed esperimenti alchemici, rabbia di vivere e dolore di ricordare, bracciate su un mare bianco. E un uomo che più a nudo di così proprio non poteva mettersi.

A colpi di brutale franchezza mi hanno strapazzato il gozzo fino a farmi venire il groppo. Mi hanno lasciata lì a chiedermi, in bilico tra smorfia e risata:  “ma quando mai gliel’ho raccontato IO quello che c’è lì, proprio in fondo in fondo?  Come diavolo fanno a parlare così bene proprio di ME?”.

E soprattutto mi hanno ricordato quanto possano essere tenaci le conseguenze di una mancata scelta, dell’ostinato rifiuto ad aprirsi con gli altri, ma prima di tutto con se stessi. Ogni tanto ci serve.

Sono stata pesante, lo so.

In fondo domani è il mio compleanno.





PS: ecco un altro pezzetto del film…che pure lui ha segnato un punto di svolta nella vita di Maura, a modo suo

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la radio e le vergini

[la conclusione e il vero senso di questo post sono comprensibili solo ad alcuni, chiedo scusa]

mi sveglio al mattino, di buon’ora. La radio è accesa, come sempre su Radio2. Ascolto L’altrolato e a un certo punto arriva un ospite che parla della sua ricerca. Sta studiando le vergini consacrate.

Spiega chi sono, come vivono, che tipo di scelta hanno fatto. Che sono consacrate di loro volontà, un vero matrimonio con il proprio Dio, e che mantengono la propria verginità – ma anche il proprio stile di vita –  senza alcun cambiamento, all’interno del “mondo normale”.

Che l’unico segno esteriore che le caratterizza è un anello che portano là dove andrebbe la fede nuziale. Che non rinunciano alla propria femminilità, si curano nell’aspetto (ecco…forse non proprio tutte).

…e noi che la chiamavamo suora laica! Bisogna aggiornarsi, gente. Chiamare le cose con il proprio nome.

E comunque, sappiate che c’è un sociologo che va in giro per Milano per conoscerle e intervistare sia loro sia le persone che  – consapevolmente o meno – vivono vicino a loro.

Potrebbe capitare anche a voi.

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