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I’ll make you a believer

Foto di Stefof  (via Flickr)

Foto di Stefof (via Flickr)

potrei dirvi della mia espressione sbigottita quando sono emersa dalle scalinate del primo anello e, per la prima volta, ho visto lo stadio di San Siro. E mi sono resa conto che stava per succedere davvero.

raccontarvi la delusione nello scoprire che i posti scelti con tanta cura oltre sei mesi fa erano perfettamente in asse con la torre di una delle telecamere laterali puntate sul palco. o la rassegnata consapevolezza del fatto che la “mia” canzone non sarebbe stata in scaletta.

elencarvi tutti i tweet e le foto che nella mia mente avrei voluto postare brano dopo brano, se non fosse che il mio telefono ha smesso di funzionare nel momento esatto in cui siamo entrati. ma poi dovrei dirvi la verità: che non avrei sprecato nemmeno un minuto per dedicarmi al telefono.

spiegarvi lo stupore nel guardare donne sedute e vagamente annoiate durante A pain I’m used to o coppie che passeggiavano serenamente con la birra in mano durante Soothe my soul e descrivervi la faccia con cui io e Giulia ci siamo guardate nello stesso momento, pensando esattamente la stessa cosa, per poi scoppiare a ridere come ragazzine (perché ieri quello eravamo: ragazzine felici).

Foto di Stefof (via Flickr)

Foto di Stefof (via Flickr)

confessarvi la conta delle “canzoni che mancano al momento in cui Dave si toglierà il gilet” , o la pelle d’oca di sessantamila persone che cantano Understand me! davanti a un Martin Gore perfetto, solo al centro della scena.

E invece vi dirò che c’è stato un momento, uno in particolare, che ha dato il senso perfetto all’attesa di anni per un concerto tanto desiderato. Il momento in cui mi sono sorpresa con i lucciconi di emozione negli occhi nel tirare su le braccia e gridare a pieni polmoni, per la prima volta insieme a uno stadio intero, il mio primo Reach out and touch faith!

Ci sono altre foto che dovete assolutamente vedere e le trovate tutte qui. Le ha fatte Stefano, che oggi ha reso felici molte ragazze :)

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“Dentro ho conservato quel poco che mi hai lasciato”

Stanotte vado a dormire stanca, piena di grigio e di pioggia, ma con un arcobaleno dentro. Stanotte vado a dormire con il sorriso di Fran, i riccioli di Enea, la pizza di Marvin e gli abbracci dei miei amici.
Mi metto sotto le coperte e insieme a me ci sono Fabiana, Clara, Francesca, Andrea, Federica, Alessandro, Alessia, Simona, Piergiorgio, Massimo e non so più quanti altri. E poi le montagne e le macerie, il vino e le grate, le fiaccole e il vento, i portici e le finestre, che non si aprono più. Da quattro anni.

post scriptum

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Per un gesto che forse sarà l’unico che potremo ricordare

Quando ho letto lo splendido post di Aurora, questa mattina, sono successe due cose:

  • mi sono commossa!
  • mi son suonate in testa due canzoni, ispirate dall’idea di una “colonna sonora” per questa campagna. Anzi, per questi ultimi 11 giorni.

La prima canzone è di Bruce Springsteen e dice pressappoco “come on rise up!”. Due anni fa lo cantavamo per la mia città, quella “vera”.

Ma ci sono tanti baratri da cui risollevarsi, tante morti da cui risorgere. Come on, Milano.

***

L’altra invece ce l’ho in testa dallo scorso febbraio, quando si era nel pieno delle rivolte in nord africa (e l’album era fresco di uscita).
E pensavo al giorno giusto per andare in giro per la città – quella “nuova” – a cantarla e suonarla, magari insieme a un sacco di altre persone.

Forse il giorno giusto è arrivato. Voi che dite?

Io credo nei miracoli che la gente può fare
Milioni di chilometri per potersi incontrare
Per guardarsi negli occhi, per spiegare un errore
Per un gesto che forse sarà l’unico che potremo ricordare

Io credo nei miracoli che la mente può fare
Milioni di chilometri, senza doversi spostare
Per creare una storia che prima non c’era
Ed una nuova invenzione, quella che salverà l’umanità intera

Forse non sai che la primavera arriverà a prenderti domani sera
Metti un vestito per l’occasione, preparati per la rivoluzione!

Io credo nei miracoli che la musica sola può fare
E canti le canzoni che ti han fatto sognare
E ti danno la forza di combattere ancora
Per ogni nuova battaglia c’è una nota che ti canta in gola

Forse non sai che la primavera arriverà a prenderti domani sera
Metti un vestito per l’occasione, preparati per la rivoluzione!

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lamentazioni del pedone in un giorno di pioggia

Ti svegli presto, caffè di corsa sgranocchiando qualcosa in piedi perché hai proprio fretta. Prendi la metro sotto la pioggia, da Abbiategrasso, cambi a Cadorna, entri nel carnaio e scendi a Lotto.

Corri sotto la pioggia sempre più forte schivando gli altri ombrelli mentre gli auricolari del cellulare ti si intrecciano nei capelli. Arrivi in ospedale, prendi il biglietto, fai la coda, paghi il ticket per la visita che dovrai fare nel pomeriggio e sopporti pure l’impiegato che ti fa le battute: “sicuro che vieni? non è che ci dai buca?”.  E vorresti spremergli addosso tutta l’acqua che hai imbarcato nelle scarpe che evidentemente si sono rotte o hanno deciso di non opporre più resistenza alle pozzanghere.

Poi esci, apri l’ombrello, corri di nuovo a Lotto mentre l’ora in cui dovresti entrare in ufficio si avvicina inesorabilmente. Entri in un vagone che puzza di carne ammassata e di noia infinita. Sudi, la busta con le tue radiografie (per la visita di stasera) si bagna a contatto con gli ombrelli del carnaio, imprechi a ogni fermata quando le porte si aprono e chiudono mille volte addosso agli ultimi che tentano di intrufolarsi.

Cerchi di convincerti che non vale la pena innervosirti, tanto non puoi farci niente. Non ci riesci.

Il vagone si svuota tra Duomo e San Babila, ti siedi, controlli le tue lastre – uno sfacelo -, respiri, arriva una ragazza che canta “Che sarà” con un  arrangiamento surreale. Scendi a Loreto, la canzone ormai piantata in testa.

Cambio metropolitana, vagone semivuoto. Un ragazzo suona male “Mas que nada” al clarinetto (o almeno sembra), ti entra in testa pure quella. Scendi a Udine, corri verso l’ufficio, il tuo piede destro naviga dentro la scarpa-piscina.

Arrivi in ufficio, entri, ti siedi. Ti levi la scarpa, tanto da sotto la scrivania non si nota. Almeno il piede si asciuga. E intanto pensi che alle 16:30 dovrai uscire per fare di nuovo tutto quel tragitto, fino in ospedale, per la tua stramaledetta visita ortopedica.

Cazzo quanto vorrei un’automobile in giorni come questo.

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Milano Film Festival 2010

Le cose che mi piacciono di questa edizione, finora.

  • L’acqua pubblica nelle location del festival.
  • Jim Jarmusch che dice “porca madosca” nel video di saluto agli spettatori della retrospettiva a lui dedicata.
  • La retrospettiva dedicata a Jim Jarmusch.
  • Il gruppo G dei cortometraggi. In realtà è l’unico che abbia visto finora, ma nella mia esperienza di quattro anni di festival posso dire che è raro trovare un gruppo in cui tutti i video siano interessanti, nelle loro differenze. Questo lo era. Io ho amato in particolare tre video.

Il brevissimo e delizioso Videogioco di animazione di Donato Sansone

Logorama, più un divertissement che un film, ma effettivamente carinissimo.

Logorama from Marc Altshuler – Human Music on Vimeo.

Break a leg, che se avete Quicktime potete vedere direttamente dal sito del film. Se no fidatevi: merita.

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Guarda, sta spuntando il sole

Eh niente, pensavo che questa settimana è tutta un insieme di riflessioni, di sorprese e di cose belle che succedono. Ci mancherebbe giusto il sole, per essere contenti. E, a dire il vero, sembrerebbe proprio che anche lui ci stia facendo un pensierino.

Cominciamo con le riflessioni:

  1. devo fare più vita sociale. Ultimamente ne faccio davvero poca qui a Milano e mi dispiace. Certo, io adoro le serate casalinghe in cui sperimenti in cucina e poi ti spaparanzi a guardare Boris con un bicchiere di vino in mano, ma è inutile che mi prenda in giro: mi serve la gente, mi servono le cose da fare e da vedere, mi serve lo scambio di umanità. Cose come il Viadelcamp, di cui probabilmente sono l’ultima a scrivere, e infatti non scriverò ma prenderò in prestito le parole di Vincio, di Dania e di Mitì, sperando che non me ne vogliano.
    E come la fotopasseggiata di Libertà Digitali in cui ho chiacchierato-fotografato-sorriso-bevuto-camminiato-eccetera con persone decisamente belle. E ho fatto qualche foto a Milano come non facevo da circa un anno.
  2. MilanoMiGira
  3. Per darmi una regolata alimentare e rientrare nel guardaroba esistente (con inenarrabile sollievo per il mio portafoglio piangente) mi ci è voluta la nota del medico spedita insieme alle analisi del sangue che recita: il colesterolo è troppo alto e la glicemia pure.
    Da quel giorno di inizio aprile ho perso 3 chili e ogni mattina sospiro davanti al caffè sognando una brioche alla crema.

La sorpresa della settimana è che sono Social Media Reporter per Words World Web, un evento organizzato da quelli di Zoes all’interno di Terra Futura. Tre giornate in cui si parlerà di sostenibilità e di nuovi media. Per me significa continuare a coltivare in modo nuovo un percorso cominciato tanti anni fa, rivedere persone che mi piacciono e conoscerne di nuove. E fare quello che mi piace, decisamente.

E le cose belle che succedono… bè, quello potrete immaginarlo. Il capo mi ha dato le ferie. Si prenota, i giorni sono confermati.

SI

VA

IN

ISLANDAAAAAAAAAA

Credits: grazie a Foxarts per il titolo di questo post
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ma sono qui nei pensieri le strade di ieri [cit]

Tra qualche ora salirò sul treno per andare a casa. Mi aspetta un viaggio di 6 ore e 40 minuti, perché invece del poderoso freccia rossa mi tocca una freccia bianca che, a quanto pare, ha un ritmo decisamente più placido.
Un viaggio così è una cosa che non faccio da quando ero ragazzina e mi sciroppavo l’intercity Roma-Milano per andare a trovare la mia amica Fabiana (che allora stava a Como). Erano i tempi in cui si viaggiava senza prenotazione, arrivavamo sul treno con panini, bibite e walkman per ascoltare la musica dividendo le cuffiette. E poi andavamo in giro per i vagoni cercando posti non prenotati in cui poterci accampare.
Davvero, è passato un sacco di tempo.

Adesso parto, da sola, per tornare a casa.
[Niente da fare, anche dopo un anno continuare a parlare di “casa” mi manda in crisi. C’è chi dice che la casa sta dove sta il cuore, dove sta la famiglia, dove si sta bene, quelle cose lì. E io allora ce ne ho proprio tante, ormai: a milano, a anguillara, a rocca di cambio. Eppure nessuna lo è davvero. Sì, lo so che mi ripeto. Smetto].

Parto da sola, triste e incazzata per ragioni che non mi meritavo affatto. Tanto per aggiungere un peso al carico.
Parto con una macchina fotografica, un vestitino di Agatha Ruiz de la Prada per la mia nipotina e tanta voglia di rivedere Fabiana (perché le destinazioni negli anni sono cambiate, i percorsi si sono complicati, ma il resto no).
In borsa ho due mele, un thermos di caffè e un panino per il viaggio, proprio come una volta, e un computer per guardare film, perché certe cose invece migliorano.

In valigia ho Internazionale, Wired, Il Manifesto, Patrimonio e L’Uomo che cade. E una mantella per proteggermi dalla pioggia nella notte in cui veglieremo per celebrare un anno dalla perdita della nostra città.

Perché stai a vedere se non piove, quella notte.

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