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Uno dei soliti elenchi delle solite cose che hai fatto durante le vacanze

la strada verso casa (cliccaci sopra per la colonna sonora)

La strada verso casa (se ci clicchi c’è anche la colonna sonora).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. So ancora fare il fuoco e un’ottima brace, anche dopo tanto tempo. 

2. Sono ancora capace di scottarmi sulle spalle con tanto di impronta di crema solare protezione 50 a forma di mano, perché sono pigra e non mi spalmo bene. Proprio come quando avevo 15 anni. 

3. Ho scoperto che c’è almeno un’altra persona che conosce e ama il bluegrass e, soprattutto, quel paio di band che credevo fossero solo “mie”: è una scoperta che mi ha un po’ destabilizzato, ma mi sto riprendendo.

4. Ho sognato quel gran figo di Dave Grohl, e ho sognato addirittura che mi invitava a uscire con lui. E le uniche cose che riuscivo a combinare, nel sogno, erano: pensare a come dirlo a Elena senza farmi uccidere; dare fuoco alla sua stramba giacca di pelo cercando di accendere una sigaretta. 

5. C’è un parente acquisito che sostiene che nella mia famiglia abbiamo una specie di gene della maldestrezza che ci porta a inciampare, sbattere a ostacoli di ogni tipo, dimenticarci cose e lasciarci sfuggire di mano qualunque oggetto, figli compresi. Io ho riso, ahahah… poi ho pensato a me, mia sorella, mio padre, mia cugina e un paio di zii, i miei 4 nipotini di ramo paterno. E niente, mi sa che ha ragione. [cfr anche punti 2 e 4]

6. Ho stappato diverse centinaia di bottiglie di vino e servito non so quante altre bevande in tre serate di sagra in cui c’erano tra gli 8 e i 10 gradi. E tutto per sostenere la Pro Loco e per meritarmi enormi arrosti di pecora a fine serata. 

7. L’arrosto di pecora è divino. 

8. Il centro dell’Aquila animato dai Buskers e da non so quante migliaia di persone che lo passeggiano e lo vivono: una cosa da vertigine. Rifacciamolo presto. 

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Il post della mia prima volta in Sardegna

Nel momento in cui atterravo all’aeoroporto di Alghero, lo scorso 31 luglio, non pensavo tanto alla settimana di mare-svacco-famiglia che mi attendeva, quanto piuttosto al fatto che stavo per togliere l’ultima crocetta dalla tabella “Le Regioni Mai Visitate” creata da quel genio di Adamo qualche settimana prima.
Ebbene sì, ho visitato tutte le regioni d’Italia: alcune a fondo, altre solo per un piccolo soggiorno, ma sono stata in tutte. Perfino in Molise, nonostante si tratti di un noto complotto dei cartografi

[se non sbaglio si trattava della ridente località di Forlì del Sannio che – detto per inciso – fu anche teatro di una simpatica storia di scambi di letti e abbracci clandestini…]

Ma andiamo avanti.

La Sardegna è un’isola preziosa e selvatica. Dura, piena di spigoli, gustosa, generosa. (E poi dicono che le persone non assomigliano alle terre da cui provengono…). Ci sono stati momenti in cui l’ho vista sovrapporsi con la mia, di terra. I sassi e le pecore ci uniscono. I sapori forti, la cucina rude, le terre aspre.

Il mare no, decisamente. Il mare della Sardegna (per la precisione del Golfo dell’Asinara) è il più bello che io abbia visto finora. E voglio rivederlo ancora, ricordo di averlo giurato più o meno al centesimo bicchiere di mirto.

Ho messo piede in Sardegna

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Rocca di Cambio in 18 scatti, in un giorno indeciso tra pioggia e sole

Avevo fatto un po’ di foto, in questi giorni di vacanze natalizie.

Ma come regalo per l’anno nuovo,  il mio trasformatore ha deciso di schiattare proprio nel momento in cui il pc era al minimo della sua batteria.  Così il mio portatile è a casa, sulla scrivania, come un bello addormentato in attesa del bacio elettrico che lo risveglierà (leggi: che maura spenda 50€ per ricomprare un trasformatore).

Tutto questo per dire che ho dovuto aspettare di tornare in ufficio per poter sistemare e pubblicare le mie foto.

Che, tanto per cambiare, sono di una monotematicità che comincia a sfiorare il patologico. Almeno però, questa volta, mi sono messa a parlare di Rocca di Cambio e non dell’Aquila, su.

Buon anno nuovo e fate un giro,  se vi va.

Rocca di Cambio on flickr

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Testate (al muro)

Ho cambiato l’immagine di testata del mio blog.

La foto che c’era fino a due giorni fa era suggestiva, personalmente ne sono sempre stata orgogliosa, ma un po’ troppo malinconica. E direi che di malinconia ho fatto abbastanza il pieno, in questi mesi, per infliggermela anche da me stessa ogni volta che entro “in casa mia”.

Così ho scelto Campo Imperatore, con tanto di cieli azzurri e scorcio di Cinquecento. Peccato che la wordpress-neve che viene giù da qualche giorno nel blog non possa davvero posarsi sulle mie montagne, che innevate ormai cominciano a esserlo davvero.

Certo, direte, la malinconia però te la vai a cercare. La mia macchina, le mie montagne, la mia ultima estate all’Aquila, prima che tutto cambiasse. E avete ragione.

Se poi aggiungiamo che l’8 dicembre ho dovuto assistere da lontano (e per fortuna c’è facebook, certe volte!) alla riapertura del locale più amato e prezioso dell’Aquila, quando mi sarebbe bastata una buona macchina e un paio d’ore in più per essere anche io lì, con il bicchiere in mano… mi stupisco di come non abbia ancora il groppo in gola.

In effetti ce l’ho ancora, ma sono anche contenta per tutti quelli che c’erano… forse loro sono riusciti a mandar giù un po’ di quel  groppo con un buon sorso di montepulciano d’abruzzo.

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If only I could (solo un altro inutile sfogo)

Se avessi una tenda, io ci andrei in piazza, sabato prossimo.

Se non sapessi che ci sarei soltanto io, in piazza sabato prossimo, lo farei.

Se riuscissi a credere che farlo possa contribuire in qualche modo cambiare la disperante situazione che giorno dopo giorno si dipana sotto i miei occhi impotenti, sarei lì.

Ma so che non servirebbe a nulla: niente eco mediatica, niente ritorno di attenzione. Niente, se non a dimostrare a me stessa che ci sono, che anche da lontano io “partecipo”, combatto. Ben altro ci vorrebbe… e io ci ho messo dei mesi a far pace con l’idea che non posso cambiare un bel niente. Come sapete bene, se passate di qui a leggere ogni tanto, io non ho altro che le parole.

Però mi piacerebbe tanto avere una piazza e una tenda e qualcuno seduto a terra insieme a me, a parlare. Vi direi: benvenuti, accomodatevi qui vicino a me, c’è tanto spazio. E poi vi parlerei.

Vi leggerei dei brani di quello che considero l’unico libro che valga la pena di leggere, per il momento, su quello che è accaduto il 6 aprile e sentirei cosa ne pensate.

Vi chiederei se siete mai stati all’Aquila, o se ne avevate mai sentito parlare, prima di quella notte schifosa, e ascolterei i vostri racconti.

Vi parlerei di cosa succede laggiù in questi giorni, vi chiederei di dirmi cosa sentite voi e cosa pensate, per capire se il mio dolore e la mia rabbia inestinguibile sono solo reazioni eccessive, emotive, viscerali. Domanderei a ciascuno di voi dove raccoglie le sue informazioni, quali voci vorrebbe ascoltare, come costruisce nel tempo la sua opinione in merito.

E poi, dopo avervi offerto un sorso di genziana o di Montepulciano d’Abruzzo per sopportare meglio il freddo, vi parlerei di quella città piccola e sempre uguale a se stessa, in cui sembrava che niente potesse cambiare. Vi porterei a spasso per  i vicoli e le piazze, le associazioni, i teatri, le cantine, le università: i luoghi in cui l’aquila era viva davvero, e noi con lei.

Vi reciterei i detti aquilani e vi canterei le canzoni volgari in dialetto, io che il dialetto non l’ho mai parlato. Vi dipingerei con le parole ogni luogo che non c’è più, ogni usanza, ogni tradizione, ogni cosa che rende L’Aquila ancora una città, un luogo reale, e non un cumulo di macerie in abbandono. Vi racconterei degli aquilani e della loro allegria, ma anche di quanto possono essere chiusi e testardi, di come quella mentalità borghese e provinciale ha fatto allontanare negli anni tanti di noi.

E di come, nonostante questo, tutti quelli che sono andati via guardino ancora ogni giorno l’orizzonte dalla propria finestra, cercando inutilmente il profilo familiare delle montagne di casa.

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tre mesi dopo

Dal 6 aprile a questa parte le poche cose che ho scritto qui riguardano quasi esclusivamente L’Aquila.

Mi piacerebbe riuscire a guardare oltre, ma non è facile. Tenere alta l’attenzione è tutto quello che posso e cerco di fare, da allora.

A tre mesi di distanza la televisione e i giornali lasciano slittare sempre più in fondo le notizie che riguardano L’Aquila e provincia. Se non fosse per il G8 sarebbe scomparsa del tutto.

Ma non tutto tace. Tempo fa ho riflettuto su quanto facebook, oltre ogni mia aspettativa, fosse stato importante per me e per tantissime altre persone lontane dall’Aquila al momento della tragedia.

Ora lo ribadisco: le informazioni e gli aggiornamenti, i racconti, le sensazioni, le proteste e i problemi più sentiti dalle persone, le manifestazioni, le iniziative, i progetti in corso… tutto questo ho potuto riceverlo, condividerlo e diffonderlo grazie a facebook, ai tantissimi blog, alle room su friendfeed, eccetera.

Ci sono Massimo, Miss Kappa, Sara, Marta e Monique e tantissimi altri. Ci sono i blog delle facoltà dell’università dell’Aquila. Ci sono gli architetti e ingegneri di Collettivo 99, i ricercatori di Ideas for L’Aquila, gli Artisti Aquilani, i ragazzi di Epicentro Solidale e la Campagna 100×100. E c’è la rete 3.32, che coordina tutti i comitati delle tendopoli. Nel loro sito c’è una bella lista di link.

E poi c’è friendfeed con Solidarietà all’Abruzzo e non so quanti thread di discussione, e c’è facebook con il Il Paese è reale – L’Aquila, tanto per dirne uno.

Certo tutto questo non basta affatto, visto che la maggior parte degli italiani si beve quotidianamente le stronzate dei tg e dei quotidiani e si convince giorno dopo giorno che la situazione sia sotto controllo, in via  di soluzione, tutto a posto ci pensa papi. E L’Aquila scompare di nuovo.

Ma se una volta ogni tanto dalla rete qualcosa riesce a crescere e a risuonare tanto da essere notata e ripresa dalle tv (è successo pochi giorni fa con il progetto OUT su RaiNews24) forse c’è la possibilità che anche nei cervelli appisolati possano rimettersi in moto quegli aggeggi polverosi e obsoleti che si chiamano spirito critico e coscienza civile.

Era da un po’ che volevo raccogliere tutte insieme le mie preziose “fonti”. Lo faccio ora perché è il mio modo (uno dei modi) per ricordare la notte che tre mesi fa ha distrutto la mia città. Ognuna delle persone che ho citato condivide con me il dolore, l’impegno, la rabbia e la voglia di ricominciare.

E anche perché giorni fa ho letto un post in cui l’autore si chiede retoricamente (ma giustamente) che fine ha fatto L’Aquila nel panorama dell’informazione. Ecco dov’è L’Aquila, proprio qui nella rete. :)

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