The day I threw up in an indian restaurant

Sì, messa così sembra che si tratti di un giorno negativo. Ma non è vero, lo vedrete.

Prima di tutto questo è il giorno in cui ho cominciato a fare sul serio, in quanto a camminate. Obiettivi della giornata: Embarcadero e piers, passando per downtown, con salita fino a Telegraph Hill perché con un nome così che fai, non ci sali? Totale del giro, se ho fatto bene i conti, quasi 10 chilometri.

Dotazione:

  • tre strati di vestiti, facili da mettere e togliere con una frequenza di circa 20 volte al minuto al variare dei fattori sole, ombra, vento (il che vuol dire: a ogni incrocio, a ogni palazzo alto/basso, a ogni strada orientata in posizione favorevole per l’uragano, ecc);
  • una macchina fotografica con – ahimé – un solo obiettivo (quanto ho desiderato un grandangolo, voi non lo sapete);
  • un paio di scarpe comode;
  • una mappa della città, comprata in (è vero!) farmacia;
  • un paio di buone gambe, anche se avevano perso l’abitudine a muoversi in salita e discesa.

Ma come per la bicicletta, non si disimpara mai. Soprattutto se vieni da un posto come L’Aquila. E poi non lo sapevo, ma facendo le strade che da Japan Town portano verso Market Street non avevo ancora visto niente, in fatto di dislivelli. Pivella.

C’è un momento in cui da strade ampie e luminose, con palazzi di legno o mattoni, di qualche piano appena, si passa improvvisamente a strade ancora più ampie costeggiate da grattacieli, solcate da lame di luce tra un edificio e l’altro, con alberi sui larghissimi marciapiedi e tram che circolano al centro di carreggiate con un paio di corsie per lato. Le prospettive cambiano immediatamente, e così la luce. E tu continui a camminare, non sapendo più da che parte puntare il naso. Quel momento è proprio bello.

Stockton and Geary  Transamerica Pyramid Building

Da Market Street sono arrivata al Ferry Building e, finalmente, alla costa. Qui si tratta di baia, e di moli e barche e passeggiate sui pontili in mezzo ai gabbiani, con la vista del Bay Bridge sullo sfondo. Dall’Embarcadero puoi passeggiare sul lungomare verso nord e vedere Telegraph Hill e la Coit Tower sulla sinistra, che ti aspettano. Salirci poi è tutta un’altra storia. Devi trovare la strada, oppure le scale, ben nascoste tra il verde e le rocce della collina. E cercare di non sputare via i polmoni mentre ti arrampichi.

Di come ci si sente una volta in cima – alla collina e alla torre – ho già detto altrove. Aggiungo che i murales sono bellissimi, l’ascensore che ti porta su dà i brividi, il cesso fa schifo (unico caso sull’intera esperienza USA).

Per scendere ho usato con grande gioia un autobus (avrei potuto usarlo anche all’andata, in effetti, ma salirci a piedi era un punto d’onore) che mi ha scaricata direttamente ai margini del TURISMO DI MASSA, che altri chiamano Fisherman’s wharf.  Sarebbe un molo, ma in realtà è Gardaland, senza le giostre. Bandierine al vento, musica alta dai negozi, folla di gente che mangia, corre e si fotografa su e giù per il molo, i leoni marini che si spanciano in acqua e poi non riescono più a tornare su (ho il sospetto che di notte qualcuno li tiri su con un argano e li piazzi di nuovo sulle piattaforme, a beneficio dei turisti del giorno dopo).

Ho mangiato pure io lì, in effetti. E non ho fatto bene. Non perché non fosse buono: pesce fritto, pomodori, patatine, un sacco di salse, una buonissima e particolare birra aromatizzata all’albicocca. Ma evidentemente per il mio stomaco – oltretutto reduce da una gastroenterite – semplicemente era troppo.

Sandwich and beer @Eagle Café

L’ho scoperto solo parecchio più tardi, però. Dopo aver proseguito la mia lunga passeggiata sulla costa fino al Municipal Pier, da cui si gode una splendida vista della baia da una parte e del Golden Gate dall’altra, e dopo essere rientrata con un lungo viaggio in autobus, con tanto di autista che non faceva che parlarmi delle sue lezioni di cucina italiana.

L’ho scoperto quando ho voluto “anche” cenare, ecco. Mannaggia a me. Perché volevo cenare, il ristorante era super carino e i samosa erano deliziosi. E invece no.

La corsa in bagno è stata un capolavoro di tempismo, non avrei potuto fare di meglio (a parte non vomitare, naturalmente). Mi viene la pelle d’oca se mi figuro la scena del personale del ristorante, così sollecito e gentile, atterrito di fronte alla turista italiana che si sente male al secondo boccone del loro cibo.

Argh.

Quindi gioite per me: un samosa e mezzo sono rimasti nel piatto, ma alla fine ne siamo usciti tutti incolumi.

PS:

Alla fine non so se fosse davvero la gastroenterite, se il panino di Fisherman-Gardaland fosse cattivo, o se il mio jet-lag si manifesti nello stomaco. La verità è che per giorni non sono riuscita a mangiare altro che la colazione e un’altra cosa, di piccole dimensioni, in orario variabile. (Per dire, magari non ci crederete, ma io in una settimana negli USA ho perso due chili).

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4 thoughts on “The day I threw up in an indian restaurant

  1. […] già sento i vostri commenti, tipo “e per fortuna che San Francisco ti ha fatto bene! Un giorno vomiti, un altro […]

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