se “adottando una parola” finisce che ti prendi cura anche un po’ di te

Se avete visto, e amato, i film di Don Camillo, forse ricorderete i primi minuti di “Il ritorno di Don Camillo”. Non l’arrivo in stazione, ma un po’ più avanti (più o meno dal min. 6) quando il prete cerca faticosamente di raggiungere il paesino di Montenara, in cui è stato inviato per punire le sue intemperanze.

Una strada bianca, un mucchietto di case tra la neve. E Don Camillo con la valigia in mano che sale la gradinata di una chiesa, lasciandosi alle spalle due edifici.

In quello di sinistra c’è casa mia. Il paese si chiama Rocca di Cambio, la chiesa è la Collegiata di San Pietro e alla base della scalinata che porta al sagrato c’è la casa che ho ereditato: 18 metri quadri di volta a botte in cui a malapena si riesce a entrare. Non è in ottime condizioni, avrebbe bisogno di un po’ di lavori. Ma ha resistito al terremoto ed è l’unica casa che mi rimane in Abruzzo.

Rocca di Cambio è il paese di origine di buona parte della mia famiglia. Ciò che con una certa retorica si definisce “le mie radici”: la montagna, la neve, lo sci, gli amici, la famiglia, la libertà, il primo bacio, i narcisi, le partite di tennis e il torneo di calcetto, la casa, le notti fuori con la chitarra ad aspettare l’alba, le stelle di San Lorenzo, ferragosto. Gli arrosticini.

Ci tengo parecchio, se non si era capito.

Un giorno, qualche mese fa, ho deciso che avrei partecipato al progetto “Adotta una parola”, degli amici di Turismo Emilia Romagna. Un’idea semplice e bellissima.

Per un po’ di tempo avevo tentennato, perché non volevo scegliere una parola a caso: volevo che avesse senso, che averne cura non fosse solo un atto meccanico. E poi ho trovato: nella lista delle parole ancora orfane c’era Brescello. Proprio il paese il cui nome avevo imparato a conoscere fin da bambina, quando con mio papà non perdevamo una replica di Don Camillo in tv e lui mi parlava di Guareschi e mi diceva “sai che in questo film si vede casa nostra”?

Così ho trovato il senso che cercavo. Ho adottato Brescello perché c’è qualcosa che la lega a me e alla mia piccola storia personale. E mentre acquisivo confidenza con Wikipedia e imparavo a prendermi cura della mia “figlioletta”, ho approfittato per curare anche la voce dedicata al mio paese. Ora sono legati da un bel link fatto con le mie manine.

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One thought on “se “adottando una parola” finisce che ti prendi cura anche un po’ di te

  1. […] la voce Brescello. Maura aveva già raccontato la sua storia di mamma adottiva  in un avvincente post sul suo blog; ora possiamo ascoltarla dal vivo mentre ci descrive le ragioni personali che l’hanno spinta a […]

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