Cose che ritornano

Sono partite le denunce per gli studenti che occupano la scuola. Lo sappiamo perché è successo a Milano, e di Milano i giornali ne parlano.

Io qui ci vivo da poco. Non lo so se nelle contestazioni degli anni precedenti si sono già verificate simili prese di posizione e ignoro se poi qualcuna di queste denunce sia arivata fino in giudizio. Ma vorrei saperlo. Magari sono stati tanti, tantissimi, i processi celebrati a studenti imputati per occupazione negli ultimi 15 anni. Oppure viene fuori che alle denunce non sono mai seguiti i processi.

Lo vorrei sapere perché io nel 1996 sono stata processata per occupazione, interruzione del pubblico servizio, danneggiamenti, insieme a una decina di altri studenti del liceo della mia città. E adesso mi rivedo in quello che accade e ricordo.

Sono stata processata. E assolta per non sussistenza di reato. Non sussistenza di reato non significa che “tutto sommato non era poi così grave”, e nemmeno “che il fatto non è stato commesso”. No: il fatto fu commesso, ma non si configura come reato. Per la precisione.

L’occupazione avvenne nel 1994 e io ero all’ultimo anno di liceo. Erano i tempi di Rosa Russo Jervolino. Quando mi arrivò l’avviso di garanzia era il 1996 e avevo 20 anni.

Mi spedirono da un’assistente sociale, che tentò di strigliarmi per la mia “mancanza di personalità” (pecorona, mi disse…) e si beccò un vaffanculo; mi obbligarono a trovarmi un avvocato che mi fece giudicare in contumacia nonostante io volessi a tutti i costi assistere al processo. Ma non ho potuto scegliere. La linea degli avvocati era o tutti o nessuno, e lì erano coinvolti ragazzi di 16 anni.

Già, perché sono stata giudicata dal tribunale dei minori: quella notte del dicembre 1994, quando la polizia entrò a scuola e ci prese i documenti, mancavano pochi giorni al mio 18° compleanno.

Questo non è un dettaglio minore, perché i maggiorenni – che pure erano parecchi, quella sera – non ebbero processo (e io ne sono felice, oggi come allora). Il nostro fu l’unico ad essere celebrato – almeno nella mia regione – per quella stagione di proteste e occupazioni.

Siccome la mia città è una provincia piccola e chiacchierona, in cui si conoscono tutti, succede che anche i “signor nessuno” come i miei genitori abbiano degli amici all’interno del tribunale. E che, naturalmente, questi si informino sulla faccenda.Io credo a quello che mi hanno detto: che si decise di “spingere” per il tribunale dei minori – e solo per quello – perché se si fosse giunti a una condanna i maggiorenni avrebbero avuto delle conseguenze molto più serie, mentre noi “ragazzini” ne saremmo comunque usciti con la fedina non compromessa.

Insomma, funziona così: sei un avvocato potente e impegnato in politica (allora si chiamava Forza Italia); hai un figlio in classe con la sottoscritta che, seguendo la tua carrieruccia politica, alimenta da anni scontri e polemiche all’interno della scuola, contribuendo a creare un clima violento e distorto (*).

L’occupazione è la tua occasione d’oro per montare il caso mediatico “violenza degli studenti politicizzati e strumentalizzati dalla sinistra che impediscono ai nostri figli di studiare” (ricorda qualcosa?) e la cogli al volo, forte dell’aiuto del potente giudice e della di lui moglie, potente preside del liceo in questione. Ma per non sentirti troppo in colpa – e perché lo sanno tutti, in città chi sei e perché lo stai facendo (**) – monti questa farsa solo ai danni dei minorenni, così non rischierai troppo nel caso in cui si giungesse a una condanna.

È così che è andata.

Non so e non ho mai saputo se nel resto d’Italia altri studenti, minorenni o maggiorenni, abbiano vissuto la stessa esperienza. Non so quanti processi e quante condanne ci siano stati.

So solo che in questi giorni è riemerso spontaneamente un ricordo che di norma resta nascosto e che, se viene fuori, è solo per permettere ai miei amici di ridere di me (e con me) e di darmi della pregiudicata. Adesso invece è riemerso con la rabbia e il senso di impotenza di fronte a certe cose che si ripetono, con la stessa ipocrisia di allora ma con una violenza politica che, in confronto, nel 1996 non era che un embrione. Oggi gli studenti non potranno contare nemmeno su quello squallido, minimo e ipocrita senso di colpa che dodici anni fa punzecchiò il nostro nobile avvocato.

note:
(*) quel figlio, per inciso, venne folgorato dalla vocazione proprio nel periodo del processo e ora è prete (ma gesuita, perché il potere si esercita anche in tonaca). Quando l’avvocato ebbe il coraggio di presentare ricorso dopo la nostra assoluzione, lui venne a chiedermi perdono, raccontandomi patetiche storie sulla sua conversione e sul pentimento.
(**) e sanno anche che nel 1995 (anno successivo alla denuncia) il liceo è stato nuovamente occupato con la partecipazione attiva della tua figlia minore e che, in quel caso, non è stato mosso nemmeno un mignolo della macchina giudiziaria.

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One thought on “Cose che ritornano

  1. betta scrive:

    tesoro non lo sapevo! e non rido, prendendoti in giro…perchè penso che sia stata comunque pesante da subire…per tutto…

    lo minacciano sempre, ma non pensavo che davvero qualcuno lo avesse fatto veramente! che vergogna!
    bt

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