Internazionale a Ferrara – le cronache, cap. 1

“Cocco di mamma: gli uomini italiani visti dalle donne straniere”. Igiaba Scego, Laila Wadia, Chang Yafang, Pauline Valkenet a colloquio con Luca Sofri

Naturalmente si generalizza. Nessuno crede davvero che si possa analizzare l’intero campionario maschile italiano.
Ma metti intorno a un tavolo quattro giovani donne, scrittrici: una italiana di origine somala e tre che in Italia ci vivono da anni (da Taiwan, India, Olanda). E poi chiedi loro di parlarti di quante volte hanno incontrato un uomo mammone, quante volte hanno discusso con la suocera, quante volte si sono scontrate con l’adulazione, l’ignoranza, la volgarità gratuita e il lassismo (specialmente domestico).
Il genere viene fuori, non c’è dubbio: e l’alterità lo rende ancora più evidente.

Luca Sofri è stato il coraggioso interprete del ruolo maschile in questa conversazione variopinta di idee brillanti e accenti suggestivi.

È difficile restituire i migliori scambi di battute, che hanno strappato più di una risata ai presenti, anche a chi ascoltava da fuori. Anzi, tra quelli che – come me – affollavano la piazza in ordine sparso, non è stato per niente raro assistere a sguardi d’intesa con la propria (sconosciuta) vicina o alle espressioni imbarazzate o sprezzanti di maschietti punti più o meno sul vivo.

Si comincia con Igiaba Scego. La sua attenzione è concentrata amaramente sul retaggio del nostro squallido passato coloniale e, in particolare, sulla terribile diffusione del luogo comune donna nera=sesso facile/a pagamento. Fa sempre un po’ male sentirlo ripetere ancora una volta.
Ma c’è spazio anche per un po’ di sana leggerezza.

Igiaba: “Io sono qui soprattutto per imparare, dalle esperienze delle altre e dal confronto. Mi sembra di essere in una puntata di “Sex and the city”, siamo qui, tutte e quattro…
Chang Yafang [sottile e un po’ esitante, la sua voce sembra delicatezza pura]: “allora io posso essere Samantha?

E scoppia la risata.

È proprio Yafang che continua: più di ogni altra riesce a spiegare quanto la provenienza da un paese davvero lontano (geograficamente e culturalmente) influisca sull’approccio di un uomo.

In base alla reazione che hanno al momento della presentazione, ha identificato tre tipologie di maschi che, guardacaso, si raggruppano in fasce d’età. Riporto esattamente (o quasi) le parole di Yafang:

Prendiamo il momento in cui io dico “Sono di Taiwan”:
Caso A) – i quarantenni: “Ah, sei cinese“… Alla mia naturale obiezione, rispondono dandomi della nazionalista, con tanto di lezione storico-politica sui rapporti tra Cina e Taiwan.
Caso B) – i trentennii: “aaahhh….voi tailandesi siete tutte bellissime”… con fiamma bizzarra che brilla negli occhi.
Caso C) – i ventenni: [solo dopo un lungo silenzio] “e… ti manca?”

L’uomo maturo, saccente e presuntuoso, si propone come culturalmente superiore. Il giovane esuberante, e clamorosamente asino, offre solo il suo lato di cacciatore sessuale. Il ragazzo più giovane, sopraffatto dall’ignoranza, cerca disperatamente un appiglio nell’empatia.
Con tutte le eccezioni del caso, l’ho trovato uno degli esempi più illuminanti.

Macho, mammone, amante. L’uomo italiano al microscopio” è il titolo del romanzo che ha da poco pubblicato Pauline Valkenet. Un po’ diverso dalle altre, il suo approccio al maschio latino è quello della donna che arriva da un paese in cui la galanteria è considerata futile: “In Olanda non ci aprono le porte, non ci regalano fiori, non ci fanno i complimenti. Non sono capaci”.

La gentilezza nostrana, quindi, è una gradita novità alla quale è piacevole lasciarsi andare. Dolcissimo l’esempio del vecchietto che l’aspetta sotto casa per dirle: “Vedo lei e vedo la primavera” .
Ma c’è il rovescio della medaglia: “Gli uomini pensano che le olandesi non abbiano tabù, si sentono in diritto di raccontare tutti i dettagli possibili delle loro vite sessuali”. Non deve essere molto piacevole…. E poi, come capire dove finisce la gentilezza e dove comincia l’accerchiamento sessuale?
In ogni caso, sul lungo periodo anche la galanteria comincia a scemare, stroncata dal lassismo casalingo, dalla onnipresente mamma, dall’incapacità di prendersi un impegno… E noi la capiamo.

E poi arriva Laila Wadia, e si approfondisce l’analisi del mammismo degli uomini italiani. Lei poi ne ha sposato uno. Tagliente come un rasoio, Laila: “Ho un ottimo rapporto con mia suocera: è morta”.

Iperbolica. Ma arriva dritta al cuore della questione sociale del “cocco di mamma”: l’egoismo. Egoismo delle mamme, dei figli – non è facile stabilire chi abbia il primato – ma anche (e questo è peggio) egoismo di uno Stato che si giova del terribile status quo per per evitare di assumersi le responsabilità dei mancati interventi. Un momento di estrema lucidità, vibrante di rabbia.
Ma subito torna a prevalere l’atmosfera “Sex and the City”. Tutto sommato non c’è solo da lamentarsi perché, racconta Laila, non è che gli uomini indiani siano proprio delle perle:

“La mia amica indiana mi ha scritto una mail invidiosissima: «dopo 15 anni…fai ancora sesso!». Ecco, in fondo il mio marito italiano…è un uomo responsabile!”

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One thought on “Internazionale a Ferrara – le cronache, cap. 1

  1. Elesole scrive:

    Bello questo resoconto, sembrava di essere lì con te ad ascoltare, Laila l’ho conosciuta e pure intervistata (pensa te!), donna dalla tempra tostissima e non faccio fatico ad immaginarla mentre dà questi giudizi affilati come rasoio.
    La mamme, bisogna aprire centri di rieducazione per le mamme italiane, tutto lì sta l’inghippo, io mi offro come docente – magari non di economia domestica- però di elementi di educazione sentimentale magari si!

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