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la misura è colma

Competeva alle aule di giustizia del tribunale di Genova sgombrare il campo dal sospetto che, nella democrazia costituzionale italiana, “la  più grande sospensione dei diritti umani verificatasi in Europa dopo la seconda guerra mondiale”, come Amnesty International ha definito il massacro della Diaz, potesse restare impunita, o essere trattata con troppa indulgenza. E che in futuro possa dunque ripetersi, confidando di restare impunita o di essere trattata con la stessa indulgenza.

Il trubunale di Genova non l’ha fatto.

(Diaz Irae – Ida Dominijanni)

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Cose che ritornano

Sono partite le denunce per gli studenti che occupano la scuola. Lo sappiamo perché è successo a Milano, e di Milano i giornali ne parlano.

Io qui ci vivo da poco. Non lo so se nelle contestazioni degli anni precedenti si sono già verificate simili prese di posizione e ignoro se poi qualcuna di queste denunce sia arivata fino in giudizio. Ma vorrei saperlo. Magari sono stati tanti, tantissimi, i processi celebrati a studenti imputati per occupazione negli ultimi 15 anni. Oppure viene fuori che alle denunce non sono mai seguiti i processi.

Lo vorrei sapere perché io nel 1996 sono stata processata per occupazione, interruzione del pubblico servizio, danneggiamenti, insieme a una decina di altri studenti del liceo della mia città. E adesso mi rivedo in quello che accade e ricordo.

Sono stata processata. E assolta per non sussistenza di reato. Non sussistenza di reato non significa che “tutto sommato non era poi così grave”, e nemmeno “che il fatto non è stato commesso”. No: il fatto fu commesso, ma non si configura come reato. Per la precisione.

L’occupazione avvenne nel 1994 e io ero all’ultimo anno di liceo. Erano i tempi di Rosa Russo Jervolino. Quando mi arrivò l’avviso di garanzia era il 1996 e avevo 20 anni.

Mi spedirono da un’assistente sociale, che tentò di strigliarmi per la mia “mancanza di personalità” (pecorona, mi disse…) e si beccò un vaffanculo; mi obbligarono a trovarmi un avvocato che mi fece giudicare in contumacia nonostante io volessi a tutti i costi assistere al processo. Ma non ho potuto scegliere. La linea degli avvocati era o tutti o nessuno, e lì erano coinvolti ragazzi di 16 anni.

Già, perché sono stata giudicata dal tribunale dei minori: quella notte del dicembre 1994, quando la polizia entrò a scuola e ci prese i documenti, mancavano pochi giorni al mio 18° compleanno.

Questo non è un dettaglio minore, perché i maggiorenni – che pure erano parecchi, quella sera – non ebbero processo (e io ne sono felice, oggi come allora). Il nostro fu l’unico ad essere celebrato – almeno nella mia regione – per quella stagione di proteste e occupazioni.

Siccome la mia città è una provincia piccola e chiacchierona, in cui si conoscono tutti, succede che anche i “signor nessuno” come i miei genitori abbiano degli amici all’interno del tribunale. E che, naturalmente, questi si informino sulla faccenda.Io credo a quello che mi hanno detto: che si decise di “spingere” per il tribunale dei minori – e solo per quello – perché se si fosse giunti a una condanna i maggiorenni avrebbero avuto delle conseguenze molto più serie, mentre noi “ragazzini” ne saremmo comunque usciti con la fedina non compromessa.

Insomma, funziona così: sei un avvocato potente e impegnato in politica (allora si chiamava Forza Italia); hai un figlio in classe con la sottoscritta che, seguendo la tua carrieruccia politica, alimenta da anni scontri e polemiche all’interno della scuola, contribuendo a creare un clima violento e distorto (*).

L’occupazione è la tua occasione d’oro per montare il caso mediatico “violenza degli studenti politicizzati e strumentalizzati dalla sinistra che impediscono ai nostri figli di studiare” (ricorda qualcosa?) e la cogli al volo, forte dell’aiuto del potente giudice e della di lui moglie, potente preside del liceo in questione. Ma per non sentirti troppo in colpa – e perché lo sanno tutti, in città chi sei e perché lo stai facendo (**) – monti questa farsa solo ai danni dei minorenni, così non rischierai troppo nel caso in cui si giungesse a una condanna.

È così che è andata.

Non so e non ho mai saputo se nel resto d’Italia altri studenti, minorenni o maggiorenni, abbiano vissuto la stessa esperienza. Non so quanti processi e quante condanne ci siano stati.

So solo che in questi giorni è riemerso spontaneamente un ricordo che di norma resta nascosto e che, se viene fuori, è solo per permettere ai miei amici di ridere di me (e con me) e di darmi della pregiudicata. Adesso invece è riemerso con la rabbia e il senso di impotenza di fronte a certe cose che si ripetono, con la stessa ipocrisia di allora ma con una violenza politica che, in confronto, nel 1996 non era che un embrione. Oggi gli studenti non potranno contare nemmeno su quello squallido, minimo e ipocrita senso di colpa che dodici anni fa punzecchiò il nostro nobile avvocato.

note:
(*) quel figlio, per inciso, venne folgorato dalla vocazione proprio nel periodo del processo e ora è prete (ma gesuita, perché il potere si esercita anche in tonaca). Quando l’avvocato ebbe il coraggio di presentare ricorso dopo la nostra assoluzione, lui venne a chiedermi perdono, raccontandomi patetiche storie sulla sua conversione e sul pentimento.
(**) e sanno anche che nel 1995 (anno successivo alla denuncia) il liceo è stato nuovamente occupato con la partecipazione attiva della tua figlia minore e che, in quel caso, non è stato mosso nemmeno un mignolo della macchina giudiziaria.

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certe volte l’indignazione non basta

Certe volte ci vorrebbe la potenza degli elementi

sprizzare fuoco per incenerire parole che mai avrebbero dovuto raggiungere la carta stampata.Generare tuoni per annichilire il suono della bocca che le ha pronunciate. Ordinare alla terra di spalancare la sua voragine più famelica. Sferzare di vento le menti rancide e corrotte, spazzare via il fetore della volgarità e della violenza.

Ecco.

Il vento. Aria fresca da respirare. è ora di spalancare le finestre

Daremo aria a queste stanze
molto prima che sia Natale
prima che quest’ossido di carbonio
cominci a farci male.

Staremo accanto alla finestra
dritti nell’aria della sera
ritorneremo a respirare
ritroveremo la maniera.
Amore mio.

Non abbiamo scelto un abito scuro
anche se non ci starebbe malissimo
praticando una teoria meccanica
basata sull’aria.

Chiamateci col telefono
vi risponderemo prestissimo
questione di chiarezza del messaggio
di precedenza dell’ingaggio.

La chiesa metropolitana
prima o poi ci toglierà di mezzo
ma non c’è più energia che basti
a riparare tutti questi guasti.

Nessuno vorrà farsi apparire in sogno
un avvocato conservatore
sarà questione di ventilazione
sarà questione di respirazione.
Amore mio.

Daremo aria a queste stanze
molto prima che sia Natale
prima che quest’ossido di carbonio
cominci a farci male.

Staremo accanto alla finestra
dritti nell’aria della sera
ritorneremo a respirare
ricorderemo la maniera.
Amore mio.

La Polizia conserva foto di tutti
e Dio lo sa cosa le tiene a fare
gente che usciva allo scoperto
praticamente per respirare

Ma ognuno ha una coscienza segreta
con cui fa il pranzo di Natale
sarà questione di ventilazione
o di sapere che cos’è normale.
Amore mio.

Ivano Fossati – Ventilazione

PS: è che non trovo le parole adatte per esprimere il disgusto che provo per le parole che ha pronunciato Francesco Cossiga. [Errata corrige! avevo messo il link sbagliato: ora è quello giusto].

E per la vergogna di essere unita a lui dall’appartenenza a questa che dovremmo chiamare “patria”. Proprio ieri ho trovato questo...e adesso lo trovo particolarmente adatto. è di Javier Marias. Se conoscete lo spagnolo potrete gustarlo in tutta la sua lucidità.

Altrimenti aspetterete la mia traduzione.

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vergogna

questo

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