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Poi ti stupisci se in vacanza hai ripreso due chili

eh…

provateci un po’ voi a resistere a un agriturismo di collina tutto pecora e porcetti e al pesce appena pescato di Porto Torres. In una settimana.

Un chilo per ristorante, a occhio e croce. Eccoli.

Un chilo all’Agriturismo Finagliosu.

Ci si arriva per stradine inerpicate ai limiti dello sterrato, fino a raggiungere una stuttura modesta in cima a una collina, affacciata direttamente sul Golfo dell’Asinara, giusto in tempo per ammirare il tramonto. Poi tira un vento talmente forte che bisogna rifugiarsi dentro.

La tavola ci aspetta già apparecchiata di pane carasau e guttiau e di simpatiche vaschette colme di ricotta, olive nere, pecorini stagionati, morbidi e al peperoncino. Subito dopo arrivano diverse teglie di verdure grigliate e grtinate, insieme a un paio di caraffe di vino rosso.

Il difficile è stao non spazzolare via tutto, sapendo che sarebbe arrivato molto altro. Il menu è fisso e il personale ci serve una pietanza dopo l’altra con un sorriso, spiegandoci nome e caratteristiche dei vari piatti, sempre disponibili a portare un bis.

Prima arrivano malloreddus e culurjonis al sugo di pecora. In quantità industriali.

Poi arriva IL sugo di pecora in persona, con tutti i suoi pezzettini polposi. Così, tanto per pulirsi la bocca tra il primo e il secondo.

Il “vero” secondo è il celebre porceddu. Che merita la sua fama, non ho nient’altro da dire (solo al ricordo mi viene la bavetta). E di cui hanno dovuto portarci un bis, perché gli uomini della tavolata non erano del tutto soddisfatti. Abbiamo concluso con dolci tipici sardi, mirto e caffè. Il totale: 23€ a testa (Federico, che pur non essendo manco quattrenne mangia come un idrovora, non ha pagato).

Questo posto meraviglioso ha solo due difetti:

1) la strada è talmente tortuosa e stretta che se sei il guidatore designato non puoi permetterti di eccedere nemmeno un po’ con l’alcool (ancora mi piango il mirto del dopocena…);

2) hanno un sito che nun se po’ guarda’.

*** *** ***

Un chilo all’ittiturismo Nonna Grazia. La mattina della partenza siamo arrivati a Porto Torres che erano le 9, per scoprire che la nave sarebbe partita solo alle 16 (invece che alle 11). Imprecazioni a parte, tra una passeggiata e un acquisto di specialità tipiche, è arrivata l’ora del pranzo. Nonna Grazia ce l’ha consigliata il barista da cui abbiamo fatto colazione, un barista simpatico perché pur avendo anche lui un ristorante, collegato al bar, ci ha comunque indirizzati lì perché “è più buono e si spende meno”.

Il locale è grazioso e accogliente, con i tavoli esterni su una terrazza con vista mare ma protetta dai venti del golfo, dettaglio che in Sardegna non è affatto da poco.

Servizio impeccabile e camerieri gentili, anche con una famiglia casinista come la nostra (bicchieri rovesciati, ragazzini urlanti, cose così). Il pesce non era solo fresco. Era buono e, ancora di più, era BELLO. Io me lo sono mangiato con gli occhi, prima di darlo in pasto alle festanti mandibole.

Menu fisso, 25€. Ci mangi un antipasto con: gattuccio al sugo, seppiette con le olive taggiasche, coda di rospo ai peperoni e triglietta. Poi ci metti una porzione decisamente corposa di trofie con pomodoro, gamberetti e radicchio. E, se ti avanza spazio, finisci con un fritto di paranza o con un rombo agli agrumi che ha spinto mio padre a chiedere alla cameriera il segreto dello chef (non ce l’ha detto).

Il vino è incluso, ed è della casa. Buono. Poi caffè, amaro e via a prendere la nave con il sorriso sulle labbra e la pancia piena piena.

Dalla prossima estate si potrà mangiare direttamente sulla nave.

NOTA: Se vai a cercare su street view all’indirizzo del ristorante ci trovi le vestigia di quello che c’era prima. Segno che Nonna Grazia è proprio nuovo nuovo. Una cosa bella che ho scoperto è che il nome è stato scelto in onore alla prima donna che ottenne la licenza per la vendita ambulante di pesce a Porto Torres.

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Pensavo che l’Asinara si chiamasse così per via degli asini. E poi ho scoperto che…

… “Il toponimo potrebbe derivare dalla presenza del caratteristico asinello sardo albino, o dal latino Sinuaria “, che significa sinuosa. [da Sardegna Turismo].

Questa idea mi affascina di più, soprattutto dopo aver ascoltato dalla mia guida una leggenda che ne spiegherebbe l’origine.

Vediamo se me la ricordo bene: si dice che Ercole un giorno fosse giunto per scoprire con i propri occhi se davvero l’isola fosse bella come tutti dicevano.

Non solo la trovò bella, ma giorno dopo giorno se ne scopriva sempre più affascinato, fino a innamorarsene completamente. Così la volle possedere.

Ad ogni carezza di Ercole, le coste si frastagliavano, aprendo le insenature e creando le scogliere. Alla fine Ercole l’abbracciò, stringendola tanto da far quasi toccare i due lembi costieri dell’isola.

Ecco perché l’isola ha questa forma sinuosa e movimentata. E in un punto preciso le due coste si avvicinano fin quasi a toccarsi.

Questo post, che fa parte della mia serie “un post al giorno”, è dedicato alla meravigliosa gita all’isola dell’Asinara che ho fatto l’ultimo giorno della mia vacanza in Sardegna. Ne sono rimasta completamente conquistata, tanto da cominciare a vagheggiare di diventare guida e portare anche io i turisti in fuoristrada per l’isola raccontando affascinanti leggende.

Se volete fare anche voi l’esperienza, io vi consiglio di rivolgervi a Nesos: una piccola compagnia di guide turistiche gestita da una donna colta e divertente, con collaboratrici altrettanto preparate e disponibili.

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Il post della mia prima volta in Sardegna

Nel momento in cui atterravo all’aeoroporto di Alghero, lo scorso 31 luglio, non pensavo tanto alla settimana di mare-svacco-famiglia che mi attendeva, quanto piuttosto al fatto che stavo per togliere l’ultima crocetta dalla tabella “Le Regioni Mai Visitate” creata da quel genio di Adamo qualche settimana prima.
Ebbene sì, ho visitato tutte le regioni d’Italia: alcune a fondo, altre solo per un piccolo soggiorno, ma sono stata in tutte. Perfino in Molise, nonostante si tratti di un noto complotto dei cartografi

[se non sbaglio si trattava della ridente località di Forlì del Sannio che - detto per inciso - fu anche teatro di una simpatica storia di scambi di letti e abbracci clandestini...]

Ma andiamo avanti.

La Sardegna è un’isola preziosa e selvatica. Dura, piena di spigoli, gustosa, generosa. (E poi dicono che le persone non assomigliano alle terre da cui provengono…). Ci sono stati momenti in cui l’ho vista sovrapporsi con la mia, di terra. I sassi e le pecore ci uniscono. I sapori forti, la cucina rude, le terre aspre.

Il mare no, decisamente. Il mare della Sardegna (per la precisione del Golfo dell’Asinara) è il più bello che io abbia visto finora. E voglio rivederlo ancora, ricordo di averlo giurato più o meno al centesimo bicchiere di mirto.

Ho messo piede in Sardegna

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Miniere

Ho scoperto da poco Audiodoc.

L’ho studiato, l’ho apprezzato, l’ho inserito nel mio reader. Ma solo oggi sono riuscita a infilare le cuffie e ascoltare davvero qualcosa, l’ultimo audiodocumento inserito.

Si chiama Miniere, racconta l’occupazione della miniera di Montevecchio (1961) attraverso le voci delle donne  – mogli, madri, sorelle – che dalla superficie seguirono e sostennero gli operai durante 17 giorni di asserragliamento.

Sono voci antiche, cadenzate, tremanti per l’età e per la commozione, ma che non hanno perso la determinazione. Raccontano di cestini di pane con biglietti nascosti, di carabinieri davanti agli ingressi, di ansia e paure, di campane a festa nel giorno di pasqua, per una “resurrezione” molto più terrena, molto più importante.

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