Con tag ricordi

Ce n’est pas parce que je ferme ma gueule que je n’ai rien a dire

Ce n'est pas parce que je ferme ma gueule que je n'ai rien a dire

Questa t-shirt arriva dall’estate del 1991.

Cannes, prima vacanza studio della mia vita, di quelle in cui ti mandano a stare in famiglia e a fare la scuola di francese.  Avevo 14 anni ed ero una ragazzina timida, di quelle con la testa che frulla di pensieri, di sogni e di immaginazione e con l’atteggiamento di una che vorrebbe tanto mimetizzarsi con la carta da parati, in ogni momento.

In casa non parlavo. Il mio francese era sufficiente a sostenere una conversazione base con la famiglia, ma non riuscivo a spiccicare una parola. Lasciavo che fosse mia sorella a fare tutto. Il papà mi chiese un giorno se il gatto mi avesse mangiato la lingua e sentii un senso di fortissima umiliazione, perché davvero non ero in grado di trovare le parole giuste per rispondere: erano tutte lì eh, in gola, ma non sapevano uscire.

Non che con l’italiano andasse meglio, del resto. Il nostro gruppo era molto nutrito, decine di ragazzi che in buona parte si conoscevano già, mentre io e Claudia eravamo tra le poche outsider. Indovinate chi socializzava facilmente e chi invece faceva una fatica boia a entrare in contatto con gli altri, e passava le ore di lezione a fare gli origami della gru immaginando nella testa un sacco di conversazioni che non avrebbero mai avuto luogo.

Sul lungomare di Cannes c’erano un sacco di negozi. Uno vendeva queste cartoline con le vignette e le frasi argute. E ti ci potevi far fare la maglietta! Per noi era una novità assoluta, qualcosa che sconfinava vagamente con il magico [non so se nelle vostre città nei primi novanta si facesse già, ma all'Aquila la prima fotocopiatrice a colori, per dire, è arrivata intorno al 1996] e quindi tutti sotto a scegliere la cartolina più figa, il disegno più bello, la frase più arguta.

Quanto ho letto quella frase non ero nemmeno del tutto sicura di comprenderla alla lettera, ma il senso mi era chiarissimo. Ed ero IO.

Qualche giorno dopo la indossai per andare a tavola con la famiglia. Il papà mi guardò, lesse la frase sulla maglietta, mi guardò di nuovo, e sorrise.

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[Ho scritto tutto questo perché ho da poco deciso di buttare via la maglietta, ma non riesco a sopportare che insieme a lei se ne vada tutta la storia che le sta dietro, storia che è il motivo per cui da ventun anni la porto con me, di casa in casa, di città in città, di trasloco in trasloco, anche se ormai non la indosso più da anni.

Ora che sono alle soglie di un altro trasloco (il settimo degli ultimi 10 anni) e anche dei miei 36 anni, ho deciso che devo smettere di trascinarmi dietro tutto il passato, perché quello che mi porto dentro è già abbastanza ingombrante senza che ci debba aggiungere anche tutte le manifestazioni materiali. Però posso sempre trasformarli in ricordi digitali, scattare una foto e metterla qui, insieme a una storia che - tra tante - mi definisce per la persona che sono oggi.

Da qui a settembre, quindi, potreste trovare altre foto, altri oggetti e le loro storie. Magari a voi non ve ne frega un cazzo, giustamente, così vi avviso. Saranno di venerdì, e saranno tutti "infidèle cervelle", un tag che viene da Cannes e dal 1991 pure lui]

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pomiciare con un ragazzo brutto dando la colpa all’alcol [cit]

Di tutte le cose che qualsiasi donna sopra i 30 anni ha fatto almeno una volta nella vita, quella che ho fatto più spesso, probabilmente (perché a parte un paio ce le ho tutte) è “Pomiciato con un ragazzo brutto dando la colpa all’alcol”.

L’ultimo, credo, si chiamava Olaf, era biondo come solo un norvegese può essere, era amico di mia sorella quando lei viveva in Germania. E ballava il tango.

Mi ha presa tra le braccia e mi ha “condotta” dal salotto di casa di Claudia, lungo il corridoio e poi giù giù per le scale fino al cortile al pianterreno. Facendomi ballare il tango per la prima volta in vita mia.

Io ero brilla, ma probabilmente solo per quello l’avrei baciato lo stesso.

Comunque, se ne desume che nella mia giovinezza ho bevuto troppo.

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Rocca di Cambio in 18 scatti, in un giorno indeciso tra pioggia e sole

Avevo fatto un po’ di foto, in questi giorni di vacanze natalizie.

Ma come regalo per l’anno nuovo,  il mio trasformatore ha deciso di schiattare proprio nel momento in cui il pc era al minimo della sua batteria.  Così il mio portatile è a casa, sulla scrivania, come un bello addormentato in attesa del bacio elettrico che lo risveglierà (leggi: che maura spenda 50€ per ricomprare un trasformatore).

Tutto questo per dire che ho dovuto aspettare di tornare in ufficio per poter sistemare e pubblicare le mie foto.

Che, tanto per cambiare, sono di una monotematicità che comincia a sfiorare il patologico. Almeno però, questa volta, mi sono messa a parlare di Rocca di Cambio e non dell’Aquila, su.

Buon anno nuovo e fate un giro,  se vi va.

Rocca di Cambio on flickr

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del perché (uno dei tanti) stasera sarò in piazza Oberdan, alle 21:00

Era il 1999, dieci anni fa, all’Aquila.

Lui era arrivato da poco dalla Spagna, paese che molti di noi ora guardano con invidia, ma in cui allora l’impronta cattolica dell’Opus Dei gravava pesantemente sulle vite delle persone. Il coming out per lui era stato un momento di profonda sofferenza, ma anche di grande e inevitabile maturazione.

Arrivare in Italia, nella piccola provincia montanara e chiusa, aveva significato riazzerare un percorso già lungo, già ricco. Aveva significato guardarsi intorno, aspettare, capire che era il momento di nascondersi.

Fu anche a causa di una società gretta e bigotta come quella italiana, se quella notte di settembre di 10 anni fa, in una piazza che oggi non esiste più, ci ritrovammo a piangere insieme. Lui piangeva la frustrazione del silenzio e il senso di colpa per aver “lasciato” che io mi innamorassi di lui. Io piangevo il mio cuore infranto (e infranto non è un modo di dire) ma anche  il suo dolore, che non potevo curare.

Non lo sapevamo ancora, non del tutto, ma – per usare una citazione tra le più usurate – quello era l’inizio di un’amicizia incredibile.

Stasera sarò in strada alla Prima Fiaccolata LGBT di Milano anche per lui, per la persona che più di chiunque altro mi ha insegnato cosa significano libertà, orgoglio, coraggio, rispetto, poesia.

Buenas salenas cronopio cronopio, churris querido.

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