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If only I could (solo un altro inutile sfogo)

Se avessi una tenda, io ci andrei in piazza, sabato prossimo.

Se non sapessi che ci sarei soltanto io, in piazza sabato prossimo, lo farei.

Se riuscissi a credere che farlo possa contribuire in qualche modo cambiare la disperante situazione che giorno dopo giorno si dipana sotto i miei occhi impotenti, sarei lì.

Ma so che non servirebbe a nulla: niente eco mediatica, niente ritorno di attenzione. Niente, se non a dimostrare a me stessa che ci sono, che anche da lontano io “partecipo”, combatto. Ben altro ci vorrebbe… e io ci ho messo dei mesi a far pace con l’idea che non posso cambiare un bel niente. Come sapete bene, se passate di qui a leggere ogni tanto, io non ho altro che le parole.

Però mi piacerebbe tanto avere una piazza e una tenda e qualcuno seduto a terra insieme a me, a parlare. Vi direi: benvenuti, accomodatevi qui vicino a me, c’è tanto spazio. E poi vi parlerei.

Vi leggerei dei brani di quello che considero l’unico libro che valga la pena di leggere, per il momento, su quello che è accaduto il 6 aprile e sentirei cosa ne pensate.

Vi chiederei se siete mai stati all’Aquila, o se ne avevate mai sentito parlare, prima di quella notte schifosa, e ascolterei i vostri racconti.

Vi parlerei di cosa succede laggiù in questi giorni, vi chiederei di dirmi cosa sentite voi e cosa pensate, per capire se il mio dolore e la mia rabbia inestinguibile sono solo reazioni eccessive, emotive, viscerali. Domanderei a ciascuno di voi dove raccoglie le sue informazioni, quali voci vorrebbe ascoltare, come costruisce nel tempo la sua opinione in merito.

E poi, dopo avervi offerto un sorso di genziana o di Montepulciano d’Abruzzo per sopportare meglio il freddo, vi parlerei di quella città piccola e sempre uguale a se stessa, in cui sembrava che niente potesse cambiare. Vi porterei a spasso per  i vicoli e le piazze, le associazioni, i teatri, le cantine, le università: i luoghi in cui l’aquila era viva davvero, e noi con lei.

Vi reciterei i detti aquilani e vi canterei le canzoni volgari in dialetto, io che il dialetto non l’ho mai parlato. Vi dipingerei con le parole ogni luogo che non c’è più, ogni usanza, ogni tradizione, ogni cosa che rende L’Aquila ancora una città, un luogo reale, e non un cumulo di macerie in abbandono. Vi racconterei degli aquilani e della loro allegria, ma anche di quanto possono essere chiusi e testardi, di come quella mentalità borghese e provinciale ha fatto allontanare negli anni tanti di noi.

E di come, nonostante questo, tutti quelli che sono andati via guardino ancora ogni giorno l’orizzonte dalla propria finestra, cercando inutilmente il profilo familiare delle montagne di casa.

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…aveva indosso una maglietta con su scritto “non mi fate incazzare”

Stamattina una collega è piombata nel mio ufficio e ha sbattuto sulla scrivania la stampa di una mail, accompagnando il gesto drammatico con un “ecco, credo siano cose che voi dovreste sapere”. Quando ho letto nell’oggetto ATTENZIONE FATE GIRARE  l’unica cosa che sapevo è che stavo per incazzarmi.

La mail “faceva girare” questo testo. Io non conosco l’autrice del post né il tenutario del blog, quindi non posso giudicarne l’attività o le competenze. Però si dà il caso che conosca bene una delle realtà di cui il testo parla, insinuando dubbi su segreti di stato e pericoli nascosti nel sottosuolo, e per la precisione nei Laboratori di Fisica Nucleare del Gran Sasso.

Oltre ad essere aquilana, infatti, ho la fortuna di avere una sorella che è un’ottima ricercatrice in fisica delle particelle, e che lavora proprio per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, cui i Laboratori appartengono.

Due cose mi hanno turbata, in particolare, di questo post.

Una è la palese inesattezza di una serie di affermazioni riguardo alla posizione e alle attività dei Laboratori, e alla presunta “messa sotto silenzio” delle sue condizioni post-sisma.

L’altra è l’incredibile diffusione che il post ha avuto, rimbalzando tra blog e mailing list ormai da un mese (l’ho ricevuto solo oggi e me ne dispiace).

Io sono un po’ stanca gente che rilancia e offre visibilità a “informazioni sensazionali” e “scandali” di ogni genere sul terremoto dell’Aquila senza pensare a quello che fa. Anzi, mi sono proprio scassata il cazzo.

Per la cronaca, tra i numerosi commenti al post di Solange Manfredi ci sono molte obiezioni ben argomentate, a dimostrazione che gli abbocconi sono tanti, ma non tutti. Però il problema è che la gente rilancia il post, non i commenti.

E quindi qui ci sono alcune considerazioni che sono mie ma, soprattutto, di mia sorella Claudia, la ricercatrice. Che adesso è ancora più incazzata di me.

1) A proposito dell’occultamento di notizie.

Proprio nella homepage dei Laboratori, citata dall’autrice stessa, c’è un link ad un comunicato che informa sulle condizioni delle strutture e dei dipendenti. Il comunicato è senza dubbio scarno, ma non parlerei proprio di  segreto di stato e  occultamento volontario.

2)Cos’è successo a 1400 metri di profondità”?

Se lo chiede la Manfredi. Peccato che i Laboratori non si trovino affatto a 1400 metri sotto terra. In realtà le gallerie che li ospitano si trovano allo stesso livello del tunnel autostradale del Gran Sasso. Sono i 1400 metri di montagna a stare sopra i laboratori, non questi a stare sottoterra.

3) La fisica nucleare, questa sconosciuta

In cosa consistano questi esperimenti è facile immaginarlo, trattandosi di Fisica Nucleare“, scrive l’autrice. O forse no. In realtà Fisica Nucleare non significa altro che fisica del nucleo atomico (per distinguerla da altre branche della fisica che si occupano dell’atomo o della materia) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (a cui i Laboratori appartengono) è un ente pubblico di ricerca che non ha nessun legame con la produzione di energia nucleare, come si evince dal suo sito web.
I Laboratori del Gran Sasso poi sono dedicati solo allo studio della Fisica AstroParticellare ovvero la fisica di particelle come i neutrini o le particelle di materia oscura, che arrivano a noi dal Cosmo portando importanti informazioni su di esso.
Insomma, i Laboratori non fabbricano bombe e non scindono l’atomo, o altre cose alle quali probabilmente l’immaginario collettivo associa la parola “nucleare”.

4) Una considerazione generale

L’autrice dell’articolo porta a suffragio della tesi del complotto il fatto che i Laboratori e le loro condizioni dopo il terremoto non sono stati ampiamente portati all’attenzione dall’opinione pubblica. Ebbene, non solo questo non risponde del tutto a verità ma suona come una beffa per le persone che lavorano e hanno a cuore i Laboratori.
Questi si vedono costantemente ignorati dall’opinione pubblica (quante persone sanno in realtà cosa sono e cosa si fa in questi Laboratori?) quando dovrebbero invece costituire motivo di vanto e orgoglio per l’Italia. Tutta l’attenzione che ricevono è legata a sterili polemiche sulle presunte attività segrete e ovviamente pericolose che vi si svolgono (chiaramente dovute alla sfortunatissima accoppiata fisica+nucleare+sotterranei).
Il motivo per cui le condizioni dei Laboratori dopo il terremoto non sono state abbastanza trattate dall’opinione pubblica è, triste ma vero, che l’opinione pubblica non sa nemmeno cosa siano i Laboratori e sfortunatamente non nutre per loro il minimo interesse.

[queste ultime parole sono il puro sfogo della ricercatrice precaria e incazzata che è mia sorella, di cui vado fiera. NdR].

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l’aquila, gli avvoltoi e il ruggito del piccolo coniglio

Per la prima volta in vita mia, oggi, ho scritto una e-mail a un giornale. Anzi, a un telegiornale. Una mail di protesta, per la precisione.

Non è difficile immaginare a che proposito. Ho visto in diretta quel tg, dopo un giorno e mezzo passato a letto, con la febbre alta, a guardare le immagini dell’Aquila straziata dal terremoto.

Quella signorina bionda, lì, mi ha fatto piangere di rabbia. Come se non bastasse tutto il resto.

Ma la molla che ha fatto scattare le mia mani sulla tastiera è stata questa:

tg1

Non una parola di scuse, non un’ammissione di responsabilità. Al contrario, un’impressione di fastidio a stento controllato, di pretesa, di “lasciateci lavorare”. Insopportabile.

E così ho scritto.

E vi permettete anche di chiedere, sulla vostra homepage, che si smetta di inviarvi mail di protesta. Ma non aggiungete nemmeno una riga di scuse per la disgustosa performance in cui vi siete prodotti nell’edizione delle 13:30 del 7 aprile del vostro prestigioso telegiornale. Se il messaggio è stato recepito, dove sono le scuse ufficiali della direzione? Se sono state trasmesse in un’altra edizione, la cosa non mi interessa, perché io RaiUno non la guardo più. Voglio le vostre scuse scritte sul sito.

Solo oggi posso accedere a un computer e non sarà certo la vostra sciocca e insultante richiesta dal sapore di pretesa, con quel carattere maiuscolo rosso, a trattenermi dal gridare il mio sdegno.
Volete che la vostra casella di posta non sia intasata da proteste e insulti? Imparate a rispettare la sensibilità delle persone. Imparate a rispettare i morti.

Io sono dell’Aquila, ho vissuto in quella città per ventisette anni, l’ho lasciata per vivere a Milano da pochi anni. La mia famiglia vive lì. I miei amici vivono lì. I miei ricordi più cari abitano lì. E ho dovuto assistere allo scempio della mia città da lontano.
Per me le notizie sono importanti, fondamentali. E per fortuna esiste la radio, che ancora riesce a fornire un servizio serio, dignitoso e pieno di rispetto.
Poi però, capita che accenda anche la televisione. E ascoltare quel passaggio del telegiornale durante il quale quella donna (non la chiamo nemmeno giornalista) sciorinava con orgoglio i vostri dati di share è stato come un colpo al cuore, come uno sputo in faccia, come una suola schiacciata sul mio dolore.
Vergognatevi. Vergognatevi. Vergognatevi.


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Miniere

Ho scoperto da poco Audiodoc.

L’ho studiato, l’ho apprezzato, l’ho inserito nel mio reader. Ma solo oggi sono riuscita a infilare le cuffie e ascoltare davvero qualcosa, l’ultimo audiodocumento inserito.

Si chiama Miniere, racconta l’occupazione della miniera di Montevecchio (1961) attraverso le voci delle donne  – mogli, madri, sorelle – che dalla superficie seguirono e sostennero gli operai durante 17 giorni di asserragliamento.

Sono voci antiche, cadenzate, tremanti per l’età e per la commozione, ma che non hanno perso la determinazione. Raccontano di cestini di pane con biglietti nascosti, di carabinieri davanti agli ingressi, di ansia e paure, di campane a festa nel giorno di pasqua, per una “resurrezione” molto più terrena, molto più importante.

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