Avevo fatto un po’ di foto, in questi giorni di vacanze natalizie.
Ma come regalo per l’anno nuovo, il mio trasformatore ha deciso di schiattare proprio nel momento in cui il pc era al minimo della sua batteria. Così il mio portatile è a casa, sulla scrivania, come un bello addormentato in attesa del bacio elettrico che lo risveglierà (leggi: che maura spenda 50€ per ricomprare un trasformatore).
Tutto questo per dire che ho dovuto aspettare di tornare in ufficio per poter sistemare e pubblicare le mie foto.
Che, tanto per cambiare, sono di una monotematicità che comincia a sfiorare il patologico. Almeno però, questa volta, mi sono messa a parlare di Rocca di Cambio e non dell’Aquila, su.
Mercoledì c’è stato il risveglio di Radiopopolare.
Io abito vicino al ripetitore rai. Non ho mai capito se è davvero quello a creare tanti casini, ma il fatto è che negli ultimi due anni e mezzo per me radiopop è sempre stata inascoltabile.
Io l’ho scoperta tardi. Tra le montagne abruzzesi mica ci arrivava. E io ero distratta, comunque. Poi un bel giorno sono arrivata a Crema e il mio (ex) “fidanzato a impatto zero” l’ascoltava sempre. Mi è entrata un po’ dentro, come un qualcosa che hai sempre cercato senza sapere cosa fosse esattamente.
Quindi mi rodeva abbastanza questa cosa della frequenza bloccata.
E poi un bel giorno, senza preavviso, la svolta. Carabanda segna il ritorno di radiopop nelle mie mattine. Ma non è tutto: arrivo in ufficio e – dopo giorni di inutili tentativi – funziona anche lo streaming dal sito.
Deve essere un segno, ma non ho ancora capito di cosa.
Giovedì una foto-passeggiata all’imbrunire, da Piazza Duomo al Castello a passo placido di lumaca. Buona compagnia, facce buffe e risate, un grandangolo come non ne avevo mai visti prima. E mi ricordo di come tutto è cominciato, poco più di un anno fa. Mi ricordo perché mi piace fotografare, mi ricordo quante cose mi mancano ancora da imparare, da chiedere, da provare. E penso a un piccolo progetto da coltivare, per domani.
Poi un’amica che telefona e mi canta in diretta la canzone che ha composto per me, in ricordo dei tempi in cui lavoravamo insieme. Risate di cuore, voglia di abbracciarla e un pizzico di nostalgia. Solo un pizzico. L’anno scorso avrei potuto solo sognare di essere a casa alle nove di sera, con davanti a me una cena in compagnia e una serata tutta da godere.
L’anno scorso mi piaceva convincermi che non fosse solo “lavoro”. Una missione, un progetto di vita, cambiare il mondo, fare la cosa giusta. Poi le cose cambiano. L’unica cosa che mi manca davvero sono loro.
L’ho studiato, l’ho apprezzato, l’ho inserito nel mio reader. Ma solo oggi sono riuscita a infilare le cuffie e ascoltare davvero qualcosa, l’ultimo audiodocumento inserito.
Si chiamaMiniere, racconta l’occupazione della miniera di Montevecchio (1961) attraverso le voci delle donne – mogli, madri, sorelle – che dalla superficie seguirono e sostennero gli operai durante 17 giorni di asserragliamento.
Sono voci antiche, cadenzate, tremanti per l’età e per la commozione, ma che non hanno perso la determinazione. Raccontano di cestini di pane con biglietti nascosti, di carabinieri davanti agli ingressi, di ansia e paure, di campane a festa nel giorno di pasqua, per una “resurrezione” molto più terrena, molto più importante.
“There must have been a time, in the beginning, when we could have said – no. But somehow we missed it“
Rosencrantz and Guildenstern are dead – Tom Stoppard
C’è sempre un momento, nella vita di ognuno, in cui un sì o un no, una scelta fatta o mancata, possono condizionare l’intera esistenza.
Non so a voi, ma a me basta scavare un po’ per trovare dei momenti precisi, degli episodi da cui derivano tante delle direzioni che ho preso, le paure, gli ideali, i desideri che hanno dato forma al mio essere.
Ora, ad esempio, ne vedo chiaramente almeno un paio. In uno ci sono due bambine e un divano, nell’altro una cena improbabile e un uomo dal pessimo tempismo. Le conseguenze hanno a che fare con un certo senso di colpa tenace e rampicante, e con un totale ribaltamento di prospettive “sentimentali” che ancora mi porto dietro.
Ultimamente due splendide letture mi hanno stimolato questi profondi pensieri sulla vita. Quindi date pure la colpa ai loro autori: si chiamano Ian McEwan e Gianni Gipi Pacinotti.
Chesil beach è un racconto lungo una notte e profondo una vita: Inghilterra anni ’60, tremori e pudori, ansie di scoperta e rigide convenzioni, musica classica e case di campagna. E due persone che si sfasciano tra le lenzuola della prima notte di nozze.
LMVDM è un romanzo a fumetti che il pudore non sa nemmeno dove sta di casa: traumi e malattie, piselli e adolescenza, campi di maria ed esperimenti alchemici, rabbia di vivere e dolore di ricordare, bracciate su un mare bianco. E un uomo che più a nudo di così proprio non poteva mettersi.
A colpi di brutale franchezza mi hanno strapazzato il gozzo fino a farmi venire il groppo. Mi hanno lasciata lì a chiedermi, in bilico tra smorfia e risata: “ma quando mai gliel’ho raccontato IO quello che c’è lì, proprio in fondo in fondo? Come diavolo fanno a parlare così bene proprio di ME?”.
E soprattutto mi hanno ricordato quanto possano essere tenaci le conseguenze di una mancata scelta, dell’ostinato rifiuto ad aprirsi con gli altri, ma prima di tutto con se stessi. Ogni tanto ci serve.
Sono stata pesante, lo so.
In fondo domani è il mio compleanno.
PS: ecco un altro pezzetto del film…che pure lui ha segnato un punto di svolta nella vita di Maura, a modo suo