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“Dentro ho conservato quel poco che mi hai lasciato”

Stanotte vado a dormire stanca, piena di grigio e di pioggia, ma con un arcobaleno dentro. Stanotte vado a dormire con il sorriso di Fran, i riccioli di Enea, la pizza di Marvin e gli abbracci dei miei amici.
Mi metto sotto le coperte e insieme a me ci sono Fabiana, Clara, Francesca, Andrea, Federica, Alessandro, Alessia, Simona, Piergiorgio, Massimo e non so più quanti altri. E poi le montagne e le macerie, il vino e le grate, le fiaccole e il vento, i portici e le finestre, che non si aprono più. Da quattro anni.

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Per un gesto che forse sarà l’unico che potremo ricordare

Quando ho letto lo splendido post di Aurora, questa mattina, sono successe due cose:

  • mi sono commossa!
  • mi son suonate in testa due canzoni, ispirate dall’idea di una “colonna sonora” per questa campagna. Anzi, per questi ultimi 11 giorni.

La prima canzone è di Bruce Springsteen e dice pressappoco “come on rise up!”. Due anni fa lo cantavamo per la mia città, quella “vera”.

Ma ci sono tanti baratri da cui risollevarsi, tante morti da cui risorgere. Come on, Milano.

***

L’altra invece ce l’ho in testa dallo scorso febbraio, quando si era nel pieno delle rivolte in nord africa (e l’album era fresco di uscita).
E pensavo al giorno giusto per andare in giro per la città – quella “nuova” – a cantarla e suonarla, magari insieme a un sacco di altre persone.

Forse il giorno giusto è arrivato. Voi che dite?

Io credo nei miracoli che la gente può fare
Milioni di chilometri per potersi incontrare
Per guardarsi negli occhi, per spiegare un errore
Per un gesto che forse sarà l’unico che potremo ricordare

Io credo nei miracoli che la mente può fare
Milioni di chilometri, senza doversi spostare
Per creare una storia che prima non c’era
Ed una nuova invenzione, quella che salverà l’umanità intera

Forse non sai che la primavera arriverà a prenderti domani sera
Metti un vestito per l’occasione, preparati per la rivoluzione!

Io credo nei miracoli che la musica sola può fare
E canti le canzoni che ti han fatto sognare
E ti danno la forza di combattere ancora
Per ogni nuova battaglia c’è una nota che ti canta in gola

Forse non sai che la primavera arriverà a prenderti domani sera
Metti un vestito per l’occasione, preparati per la rivoluzione!

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lamentazioni del pedone in un giorno di pioggia

Ti svegli presto, caffè di corsa sgranocchiando qualcosa in piedi perché hai proprio fretta. Prendi la metro sotto la pioggia, da Abbiategrasso, cambi a Cadorna, entri nel carnaio e scendi a Lotto.

Corri sotto la pioggia sempre più forte schivando gli altri ombrelli mentre gli auricolari del cellulare ti si intrecciano nei capelli. Arrivi in ospedale, prendi il biglietto, fai la coda, paghi il ticket per la visita che dovrai fare nel pomeriggio e sopporti pure l’impiegato che ti fa le battute: “sicuro che vieni? non è che ci dai buca?”.  E vorresti spremergli addosso tutta l’acqua che hai imbarcato nelle scarpe che evidentemente si sono rotte o hanno deciso di non opporre più resistenza alle pozzanghere.

Poi esci, apri l’ombrello, corri di nuovo a Lotto mentre l’ora in cui dovresti entrare in ufficio si avvicina inesorabilmente. Entri in un vagone che puzza di carne ammassata e di noia infinita. Sudi, la busta con le tue radiografie (per la visita di stasera) si bagna a contatto con gli ombrelli del carnaio, imprechi a ogni fermata quando le porte si aprono e chiudono mille volte addosso agli ultimi che tentano di intrufolarsi.

Cerchi di convincerti che non vale la pena innervosirti, tanto non puoi farci niente. Non ci riesci.

Il vagone si svuota tra Duomo e San Babila, ti siedi, controlli le tue lastre – uno sfacelo -, respiri, arriva una ragazza che canta “Che sarà” con un  arrangiamento surreale. Scendi a Loreto, la canzone ormai piantata in testa.

Cambio metropolitana, vagone semivuoto. Un ragazzo suona male “Mas que nada” al clarinetto (o almeno sembra), ti entra in testa pure quella. Scendi a Udine, corri verso l’ufficio, il tuo piede destro naviga dentro la scarpa-piscina.

Arrivi in ufficio, entri, ti siedi. Ti levi la scarpa, tanto da sotto la scrivania non si nota. Almeno il piede si asciuga. E intanto pensi che alle 16:30 dovrai uscire per fare di nuovo tutto quel tragitto, fino in ospedale, per la tua stramaledetta visita ortopedica.

Cazzo quanto vorrei un’automobile in giorni come questo.

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Milano Film Festival 2010

Le cose che mi piacciono di questa edizione, finora.

  • L’acqua pubblica nelle location del festival.
  • Jim Jarmusch che dice “porca madosca” nel video di saluto agli spettatori della retrospettiva a lui dedicata.
  • La retrospettiva dedicata a Jim Jarmusch.
  • Il gruppo G dei cortometraggi. In realtà è l’unico che abbia visto finora, ma nella mia esperienza di quattro anni di festival posso dire che è raro trovare un gruppo in cui tutti i video siano interessanti, nelle loro differenze. Questo lo era. Io ho amato in particolare tre video.

Il brevissimo e delizioso Videogioco di animazione di Donato Sansone

Logorama, più un divertissement che un film, ma effettivamente carinissimo.

Logorama from Marc Altshuler – Human Music on Vimeo.

Break a leg, che se avete Quicktime potete vedere direttamente dal sito del film. Se no fidatevi: merita.

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