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L’ultima volta che mi sono innamorata

È stato un momento. Una curiosità nata per caso, un pensiero ricorrente. Poi un giorno, senza programmarlo, l’occasione giusta: un ritardo del treno, un giro nella libreria in stazione, la noia e il bisogno di Qualcosa.

E c’era lui, oscuro e invitante, che mi aspettava.

La prima volta è stata Milano calibro 9, perché io impazzisco per i racconti. Ed è stato bellissimo.

Da quel momento in poi, io impazzisco per Giorgio Scerbanenco. Anche Milano mi piace di più, da quando la vedo con lo sguardo amaro di Duca Lamberti. E le donne. Che cosa sono le femmine di Scerbanenco…

Una persona cara a cui regalai I milanesi ammazzano al sabato lo liquidò con un Sì, piacevole, nonostante l’italiano lasci un po’ a desiderare. Ancora non so se mi ferì di più il fatto di aver sbagliato regalo o il razzismo nascosto in quel commento solo apparentemente di stile, un commento che non ci sarebbe stato senza quel cognome in copertina.

Ci ho ripensato quando ho comprato Venere privata e, alla fine, ci ho trovato questa specie di autobiografica che si chiama Io, Vladimir Scerbanenko. Un racconto commovente, crudo, onesto dell’onestà di chi si guarda dentro senza commiserazione né indulgenza. E che non vorresti guardasse dentro di te, se non sei preparato a mostrarti nudo. Scerbanenco sta scalando la mia personale classifica degli autori per i quali provare quella nostalgia quasi “amorosa”, quel rimpianto eccessivo e melodrammatico del non aver potuto vivere mentre al mondo c’era una persona così (lista in cima alla quale c’è Julio).

In quel racconto autobiografico c’è anche un momento dedicato all’amore, e a una donna, che mi ha fatto innamorare ancora di più. Sarà che io non ci sono mai riuscita ad essere come quella donna, anzi, ho sempre fattoun sacco di casini. Io sono come lui: “avevo poco tempo per commettere errori. Ma ne commettevo sempre”.

Leggetelo.

Mi rimproverò perché ero venuto a Roma, non dovevo farlo, io ero giovane e lei un po’ meno di me, mi sentivo protagonista di una grande avventura. Sarei stato con lei tutto il giorno, avrei speso in un giorno lo stipendio di un mese, molti miei colleghi facevano cose di questo genere ed erano apprezzati, anch’io volevo essere come loro.

Lei comprese tutto questo, e comprese che doveva allontanarmi, come aveva sempre fatto, senza offendermi, senza ferirmi:  ma questa volta era più difficile.  [...] Dovette capire che cominciavo a soffrire, a essere ferito, e intuì  anche che, in quel momento, qualunque cosa lei avesse inventato per rispedirmi gentilmente a casa, anche un attacco fulminante di peritonite, mi avrebbe offeso crudelmente. Non avrei creduto, e forse avrei finito per odiarla. Allora mi disse la verità. Sapeva che era il mio punto debole, la verità, la realtà.

Gli altri che doveva vedere, mi disse, era un uomo. Uno straniero di cui si era innamorata [...]

Accade qualche volta che una donna debba rispedire un uomo, accade molto più spesso di quanto molti smargiassi dicano. È un’operazione talmente delicata che gli esperti di diplomazia alle conferenze politiche, fanno ridere. Eppure la maggior parte delle donne riesce a compierla abilmente, usando per ogni uomo il sistema adatto. [...] Di tutti capisce la strada sicura per liberarsene senza farsi odiare.

Forse questa è un’arte che la donna conosce assai meglio di quella di farsi amare senza essere ingannata. Ma quando si ama, non si è più capaci di niente, tutti, uomini e donne.

Presi il treno per Milano quella sera stessa.

Giorgio Scerbanenco, Io Vladimir Scerbanenko

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If only I could (solo un altro inutile sfogo)

Se avessi una tenda, io ci andrei in piazza, sabato prossimo.

Se non sapessi che ci sarei soltanto io, in piazza sabato prossimo, lo farei.

Se riuscissi a credere che farlo possa contribuire in qualche modo cambiare la disperante situazione che giorno dopo giorno si dipana sotto i miei occhi impotenti, sarei lì.

Ma so che non servirebbe a nulla: niente eco mediatica, niente ritorno di attenzione. Niente, se non a dimostrare a me stessa che ci sono, che anche da lontano io “partecipo”, combatto. Ben altro ci vorrebbe… e io ci ho messo dei mesi a far pace con l’idea che non posso cambiare un bel niente. Come sapete bene, se passate di qui a leggere ogni tanto, io non ho altro che le parole.

Però mi piacerebbe tanto avere una piazza e una tenda e qualcuno seduto a terra insieme a me, a parlare. Vi direi: benvenuti, accomodatevi qui vicino a me, c’è tanto spazio. E poi vi parlerei.

Vi leggerei dei brani di quello che considero l’unico libro che valga la pena di leggere, per il momento, su quello che è accaduto il 6 aprile e sentirei cosa ne pensate.

Vi chiederei se siete mai stati all’Aquila, o se ne avevate mai sentito parlare, prima di quella notte schifosa, e ascolterei i vostri racconti.

Vi parlerei di cosa succede laggiù in questi giorni, vi chiederei di dirmi cosa sentite voi e cosa pensate, per capire se il mio dolore e la mia rabbia inestinguibile sono solo reazioni eccessive, emotive, viscerali. Domanderei a ciascuno di voi dove raccoglie le sue informazioni, quali voci vorrebbe ascoltare, come costruisce nel tempo la sua opinione in merito.

E poi, dopo avervi offerto un sorso di genziana o di Montepulciano d’Abruzzo per sopportare meglio il freddo, vi parlerei di quella città piccola e sempre uguale a se stessa, in cui sembrava che niente potesse cambiare. Vi porterei a spasso per  i vicoli e le piazze, le associazioni, i teatri, le cantine, le università: i luoghi in cui l’aquila era viva davvero, e noi con lei.

Vi reciterei i detti aquilani e vi canterei le canzoni volgari in dialetto, io che il dialetto non l’ho mai parlato. Vi dipingerei con le parole ogni luogo che non c’è più, ogni usanza, ogni tradizione, ogni cosa che rende L’Aquila ancora una città, un luogo reale, e non un cumulo di macerie in abbandono. Vi racconterei degli aquilani e della loro allegria, ma anche di quanto possono essere chiusi e testardi, di come quella mentalità borghese e provinciale ha fatto allontanare negli anni tanti di noi.

E di come, nonostante questo, tutti quelli che sono andati via guardino ancora ogni giorno l’orizzonte dalla propria finestra, cercando inutilmente il profilo familiare delle montagne di casa.

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Tanto per restare in tema di libri

La newsletter di FAHRENHEIT

4 – 8 maggio 2009
LIBRI PER L’ ABRUZZO

Sono oltre 1500 i libri che, in queste settimane, avete pensato, scelto e donato agli abitanti delle zone colpite dal terremoto e che da oggi sono disponibili, per tutti quelli che vorranno: i vostri libri riempiranno il bibliobus che girerà per le aree dove sono alloggiati gli sfollati del sisma.

Una vera biblioteca ambulante, un buon libro per chi, in mezzo a tante altre cose, ha perso anche la sua piccola o grande biblioteca personale.

Chi volesse continuare a mandare libri in Abruzzo può farlo, da questo momento in poi, spedendo un pacco a questo indirizzo:

Circolo Arci, Fermo deposito Centi Colella SDA, 67100 L’ Aquila.

Grazie a tutti quelli che hanno partecipato all’ iniziativa e a quelli che vorranno partecipare nei prossimi giorni.

***

Sono nate moltissime iniziative, in tutta Italia, per far arrivare libri e riviste all’Aquila e negli altri paesi colpiti. Iniziative casalinghe o strutturate. Seguitele tutte, se volete, basta cercare. Io vi propongo questa di Fahrenheit.

Personalmente mi candido anche come corriere, visto che ho intenzione di tornare all’Aquila nel giro di un mese. Quindi se non avete voglia di spedire e  se non siete troppi (vado in treno), cominciate pure a spulciare le vostre librerie.

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prenda il numeretto (o dell’apertura della stagione di caccia)

Sono giorni, che dico, sono settimane intere che cerco di mettere ordine nella mia testa. Ho talmente tante cose da scrivere, da dire, da chiedere, che cominciare a parlare solo di una significa automaticamente privare di importanza tutte le altre.

Forse è così che ci si blocca, nella scrittura e nella vita, in generale. Quando non sai mettere in riga i tuoi pensieri e decidere da dove cominciare.

Quindi comincerò da qualcosa che non c’entra praticamente niente con i miliardi di idee che vorticano nel mio cranio con il bigliettino della coda in mano. O forse c’entra, ma ancora non lo so.

Voglio andare a Torino per il Lit Camp.

Non solo perché mi sta a cuore l’argomento. Non solo perché amo la città di Torino.

Ma anche perché sto cercando di mettere insieme una serie di idee che hanno a che fare con una certa città, tanti libri, un’università da rimettere in piedi, un buon numero di computer e un numero ancora maggiore di programmi e progetti da realizzare. E per farlo ho bisogno di teste funzionanti che, molto più di me, sappiano davvero di cosa si parla quando si parla di internet, di camp, di social network e – magari – anche di e-learning.

Diciamo che sto mettendo in piedi una specie di battuta di caccia. Vado a caccia di cervelli, di idee, di competenze, di suggerimenti e anche di correzioni di tiro, se le mie fantasie non hanno i piedi per reggersi. Devo imparare tante cose, prima di poter dire che ho un vero progetto, quindi prima comincio, meglio è.

 
 
 
 
Oggi è un mese dal terremoto che ha distrutto la mia città.

Se solo riuscissi a scrivere qualcosa che abbia un senso, a questo proposito, lo farei. Ma non sono capace. Invece c’è qualcuno che ha la strana abitudine di scrivere i miei pensieri molto meglio di me, anche se non mi conosce affatto. Quindi per oggi prenderò a prestito le sue, di parole. (e grazie)

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