“La guerra ha logorato le parole; le parole si sono indebolite, si sono consumate come gomme d’automobile; al pari di milioni di altre cose, sono state più malmenate, sballottate e svuotate delle loro felici sembianze negli ultimi sei mesi che nelle lunghe epoche precedenti, e ora noi ci troviamo di fronte a uno svilimento di tutti i nostri termini, o, per dirla altrimenti, a una perdita di espressività da eccessivo infiacchimento, tanto che vien da chiedersi quali fantasmi ci rimarranno.”
Henry James, 21 marzo del 1915, in un’intervista al New York Times.
Lo cita Azar Nafisi in “Leggere Lolita a Teheran”, che è uno dei libri più ricchi e intellettualmente stimolanti che mi sia capitato per le mani di recente. E che, tra l’altro, è anche uno splendido e terribile romanzo.
Il pensiero di James si riferisce al senso di “impotenza delle parole di fronte ad avvenimenti tanto disumani”, come il Primo conflitto mondiale.
Quando l’ho letto io, invece, non ho potuto fare a meno di pensare a cosa ha logorato le nostre di parole: un uso distorto, interessato e terribilmente ignorante che toglie dignità ai concetti e ai valori più cari, e ci priva del gusto di pronunciare con pienezza e convinzione le parole giustizia, onestà, trasparenza, rispetto, cultura, radici, integrazione, laicità. Soprattutto laicità.
