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Io Donna, il San Filippo e una redazione gentile.

sabato scorso avevo sfogato con un piccolo post la rabbia e lo stupore con cui avevo accolto un articolo pubblicato su IoDonna dell’11 settembre.

Nonostante lo sfogo, il fastidio per la superficialità di quella scelta aveva continuato a ronzarmi intorno anche nei giorni successivi, tanto che, alla fine, ho scritto alla redazione.
Cosa che non faccio praticamente mai, soprattutto se si tratta dell’Aquila. Perché so di essere troppo sensibile all’argomento e non voglio – non voglio proprio – trasformarmi in una di quelle persone pedanti e intolleranti che stanno sempre a recriminare su come gli altri parlano delle cose.
Per questo ho cercato di essere lucida e razionale. Non so se ci sono riuscita, comunque ho scritto:

Gentile redazione,

un articolo pubblicato sullo scorso numero di IoDonna (11/09) mi ha negativamente colpita e mi spinge a scrivervi.
Si tratta di Quasi quasi mi compro la chiesa”, sulle chiese convertite in altro tipo di struttura, in cui si cita l’esempio della chiesa San Filippo dell’Aquila, che ha cambiato “vocazione” per diventare il Teatro San Filippo. Ruolo che ha svolto egregiamente fino al 6 aprile 2009.

Mi stupisce enormemente che né l’autore, né il fotografo, né l’ultimo degli editor si siano fermati a riflettere sull’opportunità di mostrare – e descrivere – il San Filippo come se fosse ancora in piedi e in attività, come se si potesse davvero passeggiare per i vicoli del centro dell’Aquila e imbattersi nella chiesetta. Lo trovo un segnale di tremenda incuria, se non di totale (e sorprendente) ignoranza.

Non critico la scelta di inserire la chiesa aquilana nell’articolo, che invece trovo perfettamente coerente con l’argomento. Quello che critico è la superficialità con cui è stata scelta una foto vecchia – probabilmente di repertorio – per poi accostarla a una didascalia completamente incoerente con la realtà.

Perché non è stato specificato che la foto mostra la sala “com’era un tempo”? Perché non c’è scritto che ormai da 17 mesi non è più possibile passeggiare per il centro dell’Aquila, che giace in completo abbandono? Sapete che c’è la possibilità di fare delle donazioni per contribuire alla ricostruzione del San Filippo? Segnalarlo poteva essere un bel gesto.

Quell’articolo, che per il resto ho trovato piacevole e appropriato, avrebbe potuto contribuire a migliorare le sorti del teatro e rendere i lettori consapevoli di quanto lavoro ci sia ancora da fare nella mia città. E invece, per via di tanta superficialità, finirà per consolidare la falsa convinzione che all’Aquila tutto sia tornato alla normalità. Non c’è danno peggiore che si possa fare alla citta.

Mi piacerebbe trovare una rettifica di qualche genere in uno dei prossimi numeri di IoDonna, o almeno qualche parola di spiegazione per una svista a mio parere così clamorosa.

Vi ringrazio, buon lavoro.

A nemmeno 24 ore dalla mia mail, la redazione di IoDonna mi ha risposto. Con cortesia e umiltà, ma soprattutto con un grande spirito collaborativo. Una cosa che ho apprezzato enormemente.

Gentile Signora … , ci scusi, Lei  ha ragione. Abbiamo lavorato su un argomento senza  andare a guardare che altro comportava.  Per favore, potrebbe segnalare dove e come fare donazioni serie, in modo da potere dare un’informazione più corretta e completa su uno dei prossimi numeri di Io donna, nelle Pagine delle LETTERE dei lettori? Un grazie e a presto

Alla redazione ho già risposto, fornendo le informazioni che mi chiedono  (e che saranno pubblicate sul numero 40 di IoDonna).

Però voglio ringraziarli anche da qui, apertamente. Per la tempestività, per l’attenzione che mi hanno dato e per avermi offerto la possibilità di diffondere qualche informazione utile.

Come diceva qualcuno giorni fa, del terremoto non si parla mai abbastanza. Così, se avete voglia di dare una mano al Teatro San Filippo, all’associazione L’Uovo e all’Aquila, ecco qui.

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Caro Presidente, di fiducia non ce n’è più

Ci vuole qualche minuto per leggere questa lettera, e non è una lettura piacevole. Ma credo che sia importante, credo che sia utile a tutte le persone (e io ne ho sentite tante, ormai) che di fronte ai racconti e alle testimonianze dicono: eppure da qui non si vede, non si capisce come stanno davvero le cose, la televisione non la racconta così.

Qui non c’è retorica o polemica sterile, ma solo tanto bisogno di essere ascoltati. E di avere delle risposte. Se vuoi, diffondi questa lettera e visita la pagina di 100×100. Se vuoi pure inviarla al Presidente Napolitano, vai sul Wiki di Rete AQ

“Caro Presidente,

le cronache sulla sua visita di ieri nella nostra città, a cinque mesi dal terremoto del 6 aprile, parlano del calore con cui gli aquilani l’hanno accolta e riferiscono del conforto da lei espresso nel vedere, dopo tutto quello che è successo, “fiducia e gente sorridente” che “crede molto nelle istituzioni”. Altro, a parte le note di colore, non è stato riportato. Sappiamo che ha parlato con i responsabili della Protezione Civile, con i rappresentanti locali. Ha avuto modo di chiedere, di vedere e di informarsi. Ma non ha aggiunto altro.

E’ vero caro Presidente. Noi, anche quelli che non erano lì a stringerle la mano o ad ascoltare l’inno di Mameli, crediamo molto nelle istituzioni. Anzi moltissimo. Perché per noi le istituzioni rappresentano la possibilità di affrontare insieme i problemi di una comunità per risolverli insieme. Quindi dato che di problemi, dal 6 aprile, ne abbiamo un po’ più del normale, nelle istituzioni crediamo molto, anche perché ne abbiamo molto bisogno. Questo lei lo sa, lo ha visto. Ha visto la distruzione immensa. Sa, come tutti noi, che da un evento del genere non ci si riprende se non attraverso sforzi collettivi eccezionali e soprattutto attraverso le scelte giuste. Altrimenti, semplicemente, le città e i paesi muoiono.

Ha visto, caro Presidente, il sorriso riaffiorare su qualche volto degli abitanti di Onna. Perché dopo i troppi lutti e la sofferenza di cinque mesi di tenda, potranno avere un tetto nel piccolo villaggio di case di legno che sorge accanto al paese distrutto. Ha potuto capire, caro Presidente, che la speranza è nel poter riallacciare i fili spezzati con le persone e i luoghi. E’ poter restare insieme e restare lì. Vicino alla tua casa rotta, o mezza rotta, smozzicata, scoperchiata, ma che è la tua casa. La speranza è di ricostruire la casa, la scuola, le strade e le piazze e di ritrovarsi insieme.

Ma sulla strada che dall’Aquila conduce ad Onna, caro Presidente, avrà visto anche il cantiere di Bazzano, dove si costruisce il più grande dei 19 nuovi insediamenti destinati ad ospitare chi ha perso la casa. E’ il Piano C.A.S.E. (Comitati Antisismici Sostenibili Ecompatibili), voluto dalla istituzione Protezione Civile, previsto da un decreto legge dell’istituzione Governo, convertito in legge dall’istituzione Parlamento, approvato con il sostegno convinto dell’istituzione Regione Abruzzo e con l’avvallo delle istituzioni Provincia e Comune dell’Aquila. E questa è tutta un’altra storia. Ed è, purtroppo, quella vera che nulla ha a che vedere con la vicenda di Onna, è il suo contrario.

Il Piano era già pronto, ambizioso e innovativo: per la prima volta gli sfollati non sarebbero stati ridotti in roulotte o container ma, dopo qualche tempo in tenda, avrebbero avuto direttamente case vere, antisismiche, ecologiche e con tutti i comfort. Circa 5.000 abitazioni per circa 15.000 persone, che vi avrebbero abitato il tempo necessario a ricostruire la propria casa.

Così 30 mila persone sono state tenute in tenda per cinque mesi e altrettante, lontane negli alberghi della costa abruzzese, perché tutti, in autunno, avrebbero potuto avere un tetto: chi riparando i danni lievi della propria abitazione, chi trovando posto nelle nuove C.A.S.E.. Ma, caro Presidente, non è andata così. Non gliel’hanno detto?

Le tende hanno cominciato a toglierle davvero, solo che le case danneggiate non sono state riparate e le C.A.S.E., quando saranno tutte consegnate (dicembre? febbraio? aprile?), non basteranno. Per cui le persone dalle tende vengono trasportate in caserma o in albergo – la destinazione viene comunicata poco prima in modo da ridurre il rischio di rimostranze. Gli alberghi dell’aquilano sono pieni e quindi decine di migliaia di persone dovranno essere piazzate in altri territori e province. Chi ha la fortuna di avere ancora lavoro a L’Aquila o ha un figlio da mandare a scuola, potrà viaggiare con mezzi propri o autobus navetta, questi – pare – messi a disposizione dalle istituzioni. Gli altri staranno lì in attesa degli eventi.

Questa è la storia di una devastazione annunciata, caro Presidente. Lo smembramento delle comunità, praticato all’indomani del terremoto, viene proseguito dopo cinque mesi e perpetuato in quelli a venire. Perché non si è saputo e non si è voluto dare priorità alla ricostruzione ma alla costruzione del nuovo. E poi l’antico adagio resta valido: divide et impera. Se vuoi comandare sulle persone, tienile separate. Nei campi tenda, dove le persone per forza stanno insieme, è vietato distribuire volantini, è vietato riunirsi e discutere liberamente. I diritti e le libertà costituzionali, caro Presidente.

Con tutte le nostre forze, da subito, abbiamo chiesto alle istituzioni che venissero risparmiate sofferenze, denaro pubblico e le bellezze del territorio, ricorrendo a case di legno, prefabbricati e simili. Soluzioni rapide (4 settimane per averle pronte), economiche (un terzo di una C.A.S.A.), dignitose, sicure, che permettono di restare vicini nel proprio territorio da ricostruire e che possono essere rimosse quando non serviranno più. Ma non c’è stato nulla da fare. Le istituzioni non hanno voluto ascoltare.
Bisogna costruire le nuove C.A.S.E. 24 ore al giorno, spendendo tutti i soldi che ci sono davvero – oltre 700 mil. di euro – e usando pure quelli donati dagli italiani. Tirando su, in tutta fretta, insediamenti che saranno definitivi, dove capita, senza logica urbanistica, senza minimamente rispettare criteri di prossimità ai nuclei precedenti. Intanto, tutto il resto, con l’inverno alle porte, è fermo. Il riparabile non viene riparato, il centro storico resta immerso in un silenzio spettrale. Perché?

Che farebbe lei caro Presidente, se a cinque mesi dal terremoto non sapesse dove trovare una sistemazione per la sua famiglia, una scuola per i suoi figli, un lavoro che ha perso? Se non avesse la minima idea di come e quando potrà riparare la sua casa, ammesso che ne abbia ancora una? Molti, troppi, non hanno potuto fare altro che andare via. Accettare che, almeno per un po’, a L’Aquila non è possibile tornare. Ma se non ora, dopo cinque mesi, quando? Lo spopolamento in atto, diventerà progressivo e definitivo se qualcosa di importante non cambierà e subito.
Tutto questo l’abbiamo denunciato, chiesto, urlato, ogni volta che abbiamo potuto e come abbiamo potuto. Di tutto questo nessuno le ha detto nulla? Perché nemmeno una perplessità, un dubbio nelle sue parole di ieri sulle scelte fatte?

Caro Presidente, ha ragione, noi ci crediamo davvero nelle istituzioni. Eppure si sbaglia, caro Presidente, perché di fiducia non ce n’è più. La supponenza, l’arroganza, l’ignoranza, la complicità, gli interessi inconfessabili, l’incapacità e l’inettitudine logorano la fiducia nelle istituzioni. Come pure il silenzio.”

Comitato Rete-Aq, Campagna 100%,
Ricostruzione – Trasparenza – Partecipazione

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