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prenda il numeretto (o dell’apertura della stagione di caccia)

Sono giorni, che dico, sono settimane intere che cerco di mettere ordine nella mia testa. Ho talmente tante cose da scrivere, da dire, da chiedere, che cominciare a parlare solo di una significa automaticamente privare di importanza tutte le altre.

Forse è così che ci si blocca, nella scrittura e nella vita, in generale. Quando non sai mettere in riga i tuoi pensieri e decidere da dove cominciare.

Quindi comincerò da qualcosa che non c’entra praticamente niente con i miliardi di idee che vorticano nel mio cranio con il bigliettino della coda in mano. O forse c’entra, ma ancora non lo so.

Voglio andare a Torino per il Lit Camp.

Non solo perché mi sta a cuore l’argomento. Non solo perché amo la città di Torino.

Ma anche perché sto cercando di mettere insieme una serie di idee che hanno a che fare con una certa città, tanti libri, un’università da rimettere in piedi, un buon numero di computer e un numero ancora maggiore di programmi e progetti da realizzare. E per farlo ho bisogno di teste funzionanti che, molto più di me, sappiano davvero di cosa si parla quando si parla di internet, di camp, di social network e – magari – anche di e-learning.

Diciamo che sto mettendo in piedi una specie di battuta di caccia. Vado a caccia di cervelli, di idee, di competenze, di suggerimenti e anche di correzioni di tiro, se le mie fantasie non hanno i piedi per reggersi. Devo imparare tante cose, prima di poter dire che ho un vero progetto, quindi prima comincio, meglio è.

 
 
 
 
Oggi è un mese dal terremoto che ha distrutto la mia città.

Se solo riuscissi a scrivere qualcosa che abbia un senso, a questo proposito, lo farei. Ma non sono capace. Invece c’è qualcuno che ha la strana abitudine di scrivere i miei pensieri molto meglio di me, anche se non mi conosce affatto. Quindi per oggi prenderò a prestito le sue, di parole. (e grazie)

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Ancora ti stupisci?

io mi stupisco, sì.

E mi meraviglio, e mi incazzo, e mi indigno e piango di rabbia.
E ancora mi chiedo fino a che punto si può arrivare. Perché, a differenza di tanti, io non lo so.

I tanti che dicono: Ancora ti stupisci? D’altra parte che ti aspetti?
e che dicono: è la democrazia che ci meritiamo, no?
e che dicono: non si vince contro l’ipocrisia e contro i decreti legge

Col cazzo.

Col cazzo che la smetto di stupirmi. Col cazzo che ce la meritiamo, questa democrazia sfasciata. Col cazzo che non si vince.

Non avete ragione voi.

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Non vittima, responsabile

“Potrei passare il giorno ad aver paura, nascondendomi da quegli uomini appostati laggiù. Potrei riempire pagine su pagine con quanto mi è costato questo blog, a livello personale, e con le testimonianze di chi è stato “avvertito” che sono una persona pericolosa. Basterebbe deciderlo, e ciascuno dei miei testi diventerebbe un lungo lamento o il dito accusatore di chi cerca i colpevoli sempre al di fuori. Però quello che succede è che non mi sento vittima, ma responsabile.

Sono consapevole di aver taciuto, di aver permesso a pochi di governare la mia isola come fosse un’azienda. Ho finto e ho accettato che altri prendessero le decisioni che toccavano a noi tutti, mentre mi facevo scudo del fatto di essere troppo giovane, troppo fragile. Sono responsabile di aver indossato la maschera, di aver usato mio figlio e la mia famiglia come scusa per non rischiare. Ho applaudito – come quasi tutti – e poi sono andata via dal mio paese, quando sono stata stufa, dicendomi che era più facile dimenticare che cercare di cambiare. Porto addosso il peso di essermi lasciata trascinare – a volte – dal rancore o dal sospetto, che hanno inciso le loro tacche nella mia vita. Ho tollerato che mi inculcassero la paranoia, e durante l’adolescenza una zattera in mezzo al mare è stato un sogno più volte accarezzato.

Ma nonostante tutto, dato che non mi sento vittima, sollevo appena la gonna e mostro le gambe ai due uomini che mi seguono ovunque. Niente è più paralizzante di un polpaccio di donna baciato dal sole nel mezzo della strada. E visto che non ho la stoffa del martire, faccio che il sorriso non vacilli, perché le risate sono pietre dure sui denti degli autoritari. Quindi proseguo con la mia vita, senza permettere che mi convertano in puro gemito, in niente più che un lamento. In fin dei conti, tutto quello che vivo oggi è anche il prodotto del mio silenzio, frutto diretto della mia passività anteriore.”

Yoani Sanchez – Generación Y

[la traduzione è mia, artigianale]

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Amici miei

Domenica scorsa hanno avuto una lusinghiera mezza pagina sul Corriere Lombardia. Domenica prossima “nasceranno” ufficialmente.

Io non potrò esserci, ma auguro loro il successo che meritano. Perché lei è una delle più care amiche che ho. Perché La Tana del Bianconiglio è un progetto pensato con il cuore, prima ancora che con la testa. E perché mi fanno credere che ci sono ancora persone che hanno voglia di creare e di costruire.

E perché io li ho linkati qui prima che diventassero famosi!!!

Evviva per La Tana.

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