“Potrei passare il giorno ad aver paura, nascondendomi da quegli uomini appostati laggiù. Potrei riempire pagine su pagine con quanto mi è costato questo blog, a livello personale, e con le testimonianze di chi è stato “avvertito” che sono una persona pericolosa. Basterebbe deciderlo, e ciascuno dei miei testi diventerebbe un lungo lamento o il dito accusatore di chi cerca i colpevoli sempre al di fuori. Però quello che succede è che non mi sento vittima, ma responsabile.
Sono consapevole di aver taciuto, di aver permesso a pochi di governare la mia isola come fosse un’azienda. Ho finto e ho accettato che altri prendessero le decisioni che toccavano a noi tutti, mentre mi facevo scudo del fatto di essere troppo giovane, troppo fragile. Sono responsabile di aver indossato la maschera, di aver usato mio figlio e la mia famiglia come scusa per non rischiare. Ho applaudito – come quasi tutti – e poi sono andata via dal mio paese, quando sono stata stufa, dicendomi che era più facile dimenticare che cercare di cambiare. Porto addosso il peso di essermi lasciata trascinare – a volte – dal rancore o dal sospetto, che hanno inciso le loro tacche nella mia vita. Ho tollerato che mi inculcassero la paranoia, e durante l’adolescenza una zattera in mezzo al mare è stato un sogno più volte accarezzato.
Ma nonostante tutto, dato che non mi sento vittima, sollevo appena la gonna e mostro le gambe ai due uomini che mi seguono ovunque. Niente è più paralizzante di un polpaccio di donna baciato dal sole nel mezzo della strada. E visto che non ho la stoffa del martire, faccio che il sorriso non vacilli, perché le risate sono pietre dure sui denti degli autoritari. Quindi proseguo con la mia vita, senza permettere che mi convertano in puro gemito, in niente più che un lamento. In fin dei conti, tutto quello che vivo oggi è anche il prodotto del mio silenzio, frutto diretto della mia passività anteriore.”
[la traduzione è mia, artigianale]