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Il post della mia prima volta in Sardegna

Nel momento in cui atterravo all’aeoroporto di Alghero, lo scorso 31 luglio, non pensavo tanto alla settimana di mare-svacco-famiglia che mi attendeva, quanto piuttosto al fatto che stavo per togliere l’ultima crocetta dalla tabella “Le Regioni Mai Visitate” creata da quel genio di Adamo qualche settimana prima.
Ebbene sì, ho visitato tutte le regioni d’Italia: alcune a fondo, altre solo per un piccolo soggiorno, ma sono stata in tutte. Perfino in Molise, nonostante si tratti di un noto complotto dei cartografi

[se non sbaglio si trattava della ridente località di Forlì del Sannio che - detto per inciso - fu anche teatro di una simpatica storia di scambi di letti e abbracci clandestini...]

Ma andiamo avanti.

La Sardegna è un’isola preziosa e selvatica. Dura, piena di spigoli, gustosa, generosa. (E poi dicono che le persone non assomigliano alle terre da cui provengono…). Ci sono stati momenti in cui l’ho vista sovrapporsi con la mia, di terra. I sassi e le pecore ci uniscono. I sapori forti, la cucina rude, le terre aspre.

Il mare no, decisamente. Il mare della Sardegna (per la precisione del Golfo dell’Asinara) è il più bello che io abbia visto finora. E voglio rivederlo ancora, ricordo di averlo giurato più o meno al centesimo bicchiere di mirto.

Ho messo piede in Sardegna

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Rocca di Cambio in 18 scatti, in un giorno indeciso tra pioggia e sole

Avevo fatto un po’ di foto, in questi giorni di vacanze natalizie.

Ma come regalo per l’anno nuovo,  il mio trasformatore ha deciso di schiattare proprio nel momento in cui il pc era al minimo della sua batteria.  Così il mio portatile è a casa, sulla scrivania, come un bello addormentato in attesa del bacio elettrico che lo risveglierà (leggi: che maura spenda 50€ per ricomprare un trasformatore).

Tutto questo per dire che ho dovuto aspettare di tornare in ufficio per poter sistemare e pubblicare le mie foto.

Che, tanto per cambiare, sono di una monotematicità che comincia a sfiorare il patologico. Almeno però, questa volta, mi sono messa a parlare di Rocca di Cambio e non dell’Aquila, su.

Buon anno nuovo e fate un giro,  se vi va.

Rocca di Cambio on flickr

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Testate (al muro)

Ho cambiato l’immagine di testata del mio blog.

La foto che c’era fino a due giorni fa era suggestiva, personalmente ne sono sempre stata orgogliosa, ma un po’ troppo malinconica. E direi che di malinconia ho fatto abbastanza il pieno, in questi mesi, per infliggermela anche da me stessa ogni volta che entro “in casa mia”.

Così ho scelto Campo Imperatore, con tanto di cieli azzurri e scorcio di Cinquecento. Peccato che la wordpress-neve che viene giù da qualche giorno nel blog non possa davvero posarsi sulle mie montagne, che innevate ormai cominciano a esserlo davvero.

Certo, direte, la malinconia però te la vai a cercare. La mia macchina, le mie montagne, la mia ultima estate all’Aquila, prima che tutto cambiasse. E avete ragione.

Se poi aggiungiamo che l’8 dicembre ho dovuto assistere da lontano (e per fortuna c’è facebook, certe volte!) alla riapertura del locale più amato e prezioso dell’Aquila, quando mi sarebbe bastata una buona macchina e un paio d’ore in più per essere anche io lì, con il bicchiere in mano… mi stupisco di come non abbia ancora il groppo in gola.

In effetti ce l’ho ancora, ma sono anche contenta per tutti quelli che c’erano… forse loro sono riusciti a mandar giù un po’ di quel  groppo con un buon sorso di montepulciano d’abruzzo.

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If only I could (solo un altro inutile sfogo)

Se avessi una tenda, io ci andrei in piazza, sabato prossimo.

Se non sapessi che ci sarei soltanto io, in piazza sabato prossimo, lo farei.

Se riuscissi a credere che farlo possa contribuire in qualche modo cambiare la disperante situazione che giorno dopo giorno si dipana sotto i miei occhi impotenti, sarei lì.

Ma so che non servirebbe a nulla: niente eco mediatica, niente ritorno di attenzione. Niente, se non a dimostrare a me stessa che ci sono, che anche da lontano io “partecipo”, combatto. Ben altro ci vorrebbe… e io ci ho messo dei mesi a far pace con l’idea che non posso cambiare un bel niente. Come sapete bene, se passate di qui a leggere ogni tanto, io non ho altro che le parole.

Però mi piacerebbe tanto avere una piazza e una tenda e qualcuno seduto a terra insieme a me, a parlare. Vi direi: benvenuti, accomodatevi qui vicino a me, c’è tanto spazio. E poi vi parlerei.

Vi leggerei dei brani di quello che considero l’unico libro che valga la pena di leggere, per il momento, su quello che è accaduto il 6 aprile e sentirei cosa ne pensate.

Vi chiederei se siete mai stati all’Aquila, o se ne avevate mai sentito parlare, prima di quella notte schifosa, e ascolterei i vostri racconti.

Vi parlerei di cosa succede laggiù in questi giorni, vi chiederei di dirmi cosa sentite voi e cosa pensate, per capire se il mio dolore e la mia rabbia inestinguibile sono solo reazioni eccessive, emotive, viscerali. Domanderei a ciascuno di voi dove raccoglie le sue informazioni, quali voci vorrebbe ascoltare, come costruisce nel tempo la sua opinione in merito.

E poi, dopo avervi offerto un sorso di genziana o di Montepulciano d’Abruzzo per sopportare meglio il freddo, vi parlerei di quella città piccola e sempre uguale a se stessa, in cui sembrava che niente potesse cambiare. Vi porterei a spasso per  i vicoli e le piazze, le associazioni, i teatri, le cantine, le università: i luoghi in cui l’aquila era viva davvero, e noi con lei.

Vi reciterei i detti aquilani e vi canterei le canzoni volgari in dialetto, io che il dialetto non l’ho mai parlato. Vi dipingerei con le parole ogni luogo che non c’è più, ogni usanza, ogni tradizione, ogni cosa che rende L’Aquila ancora una città, un luogo reale, e non un cumulo di macerie in abbandono. Vi racconterei degli aquilani e della loro allegria, ma anche di quanto possono essere chiusi e testardi, di come quella mentalità borghese e provinciale ha fatto allontanare negli anni tanti di noi.

E di come, nonostante questo, tutti quelli che sono andati via guardino ancora ogni giorno l’orizzonte dalla propria finestra, cercando inutilmente il profilo familiare delle montagne di casa.

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