Archivi categoria: Andando in giro

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore

Ragazze di Trieste, by ghirolfo53 on Flickr

Ragazze di Trieste, by ghirolfo53 on Flickr

Trieste è stata il ragazzino aspro e vorace di quando mi sono innamorata di Umberto Saba, a vent’anni, senza nemmeno averla mai vista. Ogni tanto, però, Trieste è anche la nonnina di Parenti Serpenti (non chiedetemi perché quel film mi sia rimasto in testa tanto da ricordare il nome di uno dei personaggi, perché non so rispondere).

Poi è stata la città del Festival del Cinema Latino Americano, quando mi ritrovai buttata nella mischia a fare da interprete per Marcela Serrano e Fernando Solanas. Mi sono divertita da morire.

Poi Trieste è diventata la città di Massimo, che da Roma se n’è andato fin lassù per progettare interni di navi. (Massimo è il mio più vecchio amico. Nel senso che tra tutti i legami di amicizia che oggi posso considerare veri, e vivi, quello con Massimo è cominciato prima di qualunque altro).

Mancavo da Trieste da almeno cinque anni. E oggi ci torno, perché a Trieste c’è State of the Net. Sono molto contenta di andarci, per Trieste, per il programma, per gli amici vecchi e nuovi che rivedrò.

Se mi incontri e ti sembra che abbia la testa da un’altra parte o poca voglia di parlare, bè non è vero; è che della scontrosa grazia di Trieste io ho solo una metà, quella sbagliata.

Contrassegnato da tag ,

Live the language (and move Maura to tears)

Live the Language - EF Education First

Ci fossero state Madrid,  Praga, San Francisco e Tokyo ora sarei qui a inondare di saudade e lacrime la mia scrivania.

Invece sono solo sull’orlo della commozione vera.

sniff


***

[trovato grazie a Mangas Verdes]

Contrassegnato da tag , ,

The day of the bacon and the moustache (to say nothing of the mouse)

[pensavate che avessi finito eh?]

Il quinto giorno sono andata per negozi.

Ho percorso Valencia street in entrambe le direzioni, credo per un paio di volte. Una via con una concentrazione decisamente elevata di negozi e botteghe fuori dal comune. La personale scala di valutazione di Maura le categorizza in: bello, buffo, adorabile, fighissimo, assurdo, ridicolo, surreale, “non ci posso credere”, inquietante.

Insomma, non è solamente shopping, è proprio un’esperienza estetico-culturale.

Era domenica e al mattino non c’era assolutamente nessuno, perché quasi tutti gli esercizi aprono intorno alle 12, quindi ho approfittato per studiare attentamente le vetrine, dedicare molto tempo ai pochi negozi già aperti – ho passato almeno una mezz’ora in ciascuna delle due librerie che ho visitato – e trovarmi un buon posto per mangiare.

- per inciso: questo dello shopping è stato l’unico giorno in cui sono riuscita a fare colazione – pranzo – cena. Forse perché il pranzo era questo…

@Borderlands café

Quello che ho portato a casa da questa giornata, oltre a una modica quantità di gadget e oggetti simpatici da riportare a amici e famiglia e un libro meraviglioso per la sottoscritta (poi dicono che chi passa all’e-book non compra più libri di carta…), è una serie di considerazioni sulla società americana, ovviamente del tutto personali e parzialissime:

  • i bambini vanno fortissimo. Mi avevano detto che negli Stati Uniti la gente figlia parecchio, e in effetti non vedevo così tanti pupi in giro da parecchio tempo. Ma tanti. In gruppi da 3 a 7 per famiglia, ecco. Quindi non mi ha stupito più di tanto trovare così tanti negozi di accessori, giochi, pappe e vestitini, come se piovesse. Uno dei posti più “non voglio più uscire” che ho trovato è Paxton Gate’s Curiosity for Kids: un paradiso di giochi in legno, libri, timbri colorati, costumi, esperimenti scientifici e questo, che sono stata a un passo dal portarmi via.

  • Il bacon va ancora più forte. Il bacon spacca. Il bacon è una passione che sconfina chiaramente nell’ossessione, con delle sfumature vagamente creepy. Non mi riferisco all’uso puramente alimentare – sebbene per me ci sia qualcosa di inquietante nel sentire l’odore di bacon fritto alle otto di mattina, ma è un problema mio – ma alla pervasività dell’oggetto bacon in praticamente tutti gli ambiti del merchandising. Portamonete foderati in finto bacon, cerottini a fetta di bacon, biglietti di auguri, portachiavi e spillette bacon, il frosting per i dolci!

Bacon strips adhesive bandages

Ma non avevo ancora visto niente, in fatto di bacon mania, finché non sono entrata in un bellissimo e super fornito sexy shop: nello scaffale dei lubrificanti c’era questa boccetta con la fetta di bacon stampata sopra. Io non ci volevo credere, sono stata lì a fissarlo per diversi minuti, mi sa che la commessa è anche venuta a chiedermi se avevo bisogno di qualcosa. E in effetti sì, avevo bisogno di qualcosa: sapere se esiste davvero gente che lo compra! Dai, per davvero… il lubrificante al bacon? 

  • ci deve essere un significato segreto intorno ai baffi che non riesco a cogliere, ma deve essere qualcosa di veramente fico. Ancora più del bacon, e per motivi per me ancora più oscuri, il baffo pervade infatti gli scaffali dei negozi di oggettistica: spunta tanto dalle copertine dei libri (tipo The moustache grower’s guide) quanto dai bordi delle tazze della colazione. E poi ci sono le sagome per tagliare i sandwich e quelle da indossare (vai a sapere perché). C’è anche il ciuccio per fare baffuti i vostri pargoletti. Insomma, sembra che sia la cosa più cool del mondo.
  • Ci sono posti in cui puoi comprare e portarti a casa cose del genere (e con questo ho detto tutto).

(non so se ci avete fatto caso, ma il negozio è lo stesso dei giochi per bambini di prima… quello “da grandi” sta appena qualche portone di distanza).

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Le cose che non vi ho detto del Day 4

1. Il Golden Gate Bridge

Una tappa obbligata. Lo sai che sarà pieno di turisti, ma come fai a non andarci? Ci sono arrivata in autobus e ho percorso solo una parte del ponte, fino al primo pilone, cercando di guardare di sotto… senza veramente guardare di sotto. Non so se voi soffrite di vertigini in quel modo che ti spinge a pensare “come sarebbe facile” ogni volta che sei sul bordo di qualcosa. Per me funziona che più il bordo è basso, più il pensiero è forte. E il Golden Gate Bridge ha delle balaustre che arrivano a malapena al petto. E il vento, indovinate un po’? è fortissimo. Ma sono ancora viva.

Credo di aver fatto un centinaio di foto al ponte: dalle vedute fino ai dettagli dei bulloni. Quel colore è una vera e propria calamita per il mio obiettivo. E quando ci sei sopra puoi impazzire a scegliere il dettaglio o la linea prospettica più belli. Le foto più cartolina, comunque, le ho fatte quando mi sono avviata lungo la South Bay: la vista è spettacolare.

South Bay and Golden Gate

2. La spiaggia di Baker Beach

C’è la gente che fa il bagno come se l’acqua dell’oceano non fosse una cosa GELIDA (lo so perché ci avevo pucciato i piedini prima, nella spiaggia a fianco). Ho pensato che forse non lo sanno. Che forse per la gente che vive vicino agli oceani con quelle acque gelide funziona come quella favoletta del bombo che non potrebbe volare ma siccome non lo sa, ci riesce.

E poi sulla spiaggia di Baker Beach ci sono i corvi. Bellissimi, luccicanti di quel nero che le donne di E.A. Poe hanno fissato nel mio immaginario [the raven-black, the glossy, the luxuriant and naturally-curling tresses … questa era Ligeia). Esistono davvero. E sono grossi come porcelli. C’erano queste due bimbe che scavavano una buca e saltellavano, lui è atterrato di fronte a loro e  le ha guardate, immobile e del tutto impassibile a ogni loro movimento. Al posto della mamma avrei avuto paura che le mangiasse.

3. Ocean Beach e i mulini a vento 

Continuando lungo la costa si arriva a Ocean Beach. Per me la spiaggia nell’immaginario delle spiagge della California: chilometri di sabbia, surfisti, gente con i cani, gente che corre, un vento bestiale. Dall’altro lato della strada, invece, oltre le casette in legno dai colori pastello, se ti spingi un po’ più in là, trovi… un mulino a vento. Se non lo avessi saputo da prima, che c’era, mi chiedo cosa avrei potuto pensare trovandomelo davanti. Ma questo non ha tolto un certo sapore surreale alla cosa, visto che ci sono arrivata in pieno festeggiamento per il Queen’s Day, che vuol dire decine di persone in arancione tra musica tecno-nazionalpopolare, dolci tipici e alcol consumato rigorosamente all’interno di uno speciale recinto.

Mulino a vento   Dutch girl

4. Ho cenato!

Il day 4 è stato il giorno in cui la cena, da brava, è rimasta al suo posto. Era dal primo giorno che puntavo i ristoranti del Japan Center, sicura che mi avrebbero dato soddisfazione, e così è stato. Di Kushi Tsuru mi è piaciuto l’aspetto semplice e il sorriso del gestore all’ingresso, e il Tsuru Bento, buonissimo. E poi nessuno che ti guarda strano perché sei una donna e ceni da sola. Alleluia.

Kushi Tsuru_Waiting for Bento

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 584 follower